lunedì 23 ottobre 2017   ::  
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 Rodolfo Tommasi, critico letterario, musicologo, scrittore e poeta è nato nel 1946 ed è deceduto nel 2015.

Ha vissuto a  Firenze, dove ha svolto  dal ’64, un’intensa attività nell’ambito letterario, musicale e dello spettacolo - poco prima la sua morte, nel 2015, ha collaborato per il Festival musicale di Fiesole in occasione dell'opera classica  -  Le roi David di Arthur Honegger, -  salmo sinfonico che racconta la vita e le gesta di Re David narrate nell’Antico Testamento.


Rodolfo TOMMASI

tratto da:

TRILOGIA DELLA SCRITTURA  (estratti)

  

 

Ricordando Piero Bigongiari 

 

Salirò ancora la collina in pietra

che in armonia di meta, indica il mare

e l'ancora grondante

o l'approdo misterico di un porto

che i rovi della lingua

fanno mito di lessico e sostanza?

Avrei voluto dire

alla luce del canto, in quell'istante

ferma sul suo sospendersi , in attese

vinte tra il loro suono e il loro tempo:

"quello spruzzo di vita in cui espiare

devi il fiato stupito che ti resta

aggrappato al vedere e poi al guardare

nell'ora più notturna della notte

è il porto in cui hai nascosto mare e pietra

perchè il canto non fosse ultima voce"

 

                                                         ........

 

 

Elegia del Poeta

 

L’età per credersi giungere intanto si era

in groviglio serrata a quel raggio di nomade morte

che lega il pensiero alla mano e scrittura

a possibili ipotesi avvince, sempre recando una

ferita, la dolorosa di nebbia, al suo nascere

tempo e contemplo o goccia che incide la vista

e il riudire sfibrato sfibrarsi la melma di lingua

nell’alveo di conoscenza per tralucare quel punto

del cerchio tentato che turbina voci e contese.

 

(tratto da TRILOGIA DELLA SCRITTURA, cap. XII – dramatis personae - Edizioni Helicon )

 

  

 FIRENZE-DUOMO TOMMASI.jpg

 

 

L’autobiografia incompiuta di Jacopo Sambati  - documento 9 – Epilogo d’un eco

 

E’ la fine di ottobre. Dopo aver riferito dialoghi, casi e momenti connessi a questo lavoro sulle “carte Sambati” (e dopo una non breve interruzione di stesura), torno ora a scrivere “in tempo reale”.

Ho già esplorato il contenuto della terza carpetta (inatteso, specie a rileggerlo più volte); ma prima di parlarne, devo fermare qualche riga sui fogli sottratti dallo “scusami un piccolo baro”.

“(…)figlia comunque orizzontale e avventura/dalla mia cupa spugnosa ignoranza/tu innocenza colpevole del sentirmi in te colpevole,/tu ed io, soli tra noi, e lontani, “figlia,” “tu” si, incidono un apice di solitudine intorno a cui sembra svilupparsi  il desiderio di dare forma poematica alla “confessione”, ma nonostante siano così  saldati all’impeto, “figlia” e “tu” soffrono tonalmente   di quel “male” oramai connaturato al poeta; sono destinati a restare traccia di un nuovo inizio.   Segue, infatti, la ripresa tematica del  qui ed ora, condensata nell’idea del qui sempre ipotetico (quando non carcerario); e dell’ora – sempre minaccioso – che trasforma la coscienza del presente in passato e in lima d’affanno.

Non a caso, poco oltre: “un io di falce segue un io d’esilio”, fino a: “….non sarà carta/ solcata inseminata/a raccontarti padre e a dirti padre”, mentre proprio la poesia (altrove difesa come vertice del “concetto-scrittura”) viene definita “timbro/ sopra un foglio di fuga”.

Poi,  un sintomo di svelamento sembra sorgere a infine slabbrare il contorno (lembo di  “confessione”?): “ma sono il fucile, / non  sono ipotesi di spazio in eco”. No: subito gli “uomini eterni” (del poeta) e i “Nulla” (con logica lettera maiuscola, scritti “lacrimando”) dirottano l’angustioso comporsi del progetto autobiografico – forse il più crudo nell’intenzione – in una poesia-lettera che si chiude sull’ennesimo ritrarsi: “non userò,  non oserò parola” (dopo aver tuttavia calcolato e gestito l’endecasillabo per ben sedici versi consecutivi).

Nora aveva insieme ragione e torto: risulta inutile cercare qui il motivo (“la chiave”) della recidiva ….  – come chiamarla a questo punto?....”mistica dell’incompiuto”?....Ma può risultare giusto intravederne lo spiraglio offerto con quasi brutale ingenuità: “sono il fucile” scrive Sambati, facendo intuire quanto (se non davvero cosa) avrebbe invece significato essere l’effetto del colpo di fucile, l’eco di quello sparo in cui una vita cancellata sopravvive in risonanze, ripercorsa “tra spazi dove l’aria è solo terra”. E che metafora si avviluppa all’uso di tanto impegnativa parola-immagine: “terra”?

Per Sambati la terra è sempre stata superficie e interno di luogo in continuo amalgama di accezioni: pergamena di tempo scritto e tempo vergine da scrivere; buio infero e luce da percorrere; strada da eleggere clausura o avventura; millimetro e chilometro entrambi coattivi; scena della Storia; scoria intellettuale; paesaggio-simbolo; rifugio e pericolo; visualità e viscere; allegoria incostante (sola, o idealmente compenetrata alle inquiete “non forme” del cielo e del mare, la “terra” si incontra in ogni libro – non di rado divisa da se stessa dal diaframma di un “vetro”).  

...............

 

(tratto da. TRILOGIA DELLA SCRITTURA – l’autobiografia incompiuta di Jacopo Sambati, documento 9, l’epilogo d’un eco - Edizioni Helicon)

 

 


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