giovedì 12 dicembre 2019   ::  
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DONNA PENSOSA.jpg          sulla  parola   


Così, grazie a questa organizzazione, la mente, come un musico, produce in noi il linguaggio e noi diventiamo capaci di parlare. Non avremmo mai certo goduto di questo privilegio, se le nostre labbra avessero dovuto assolvere, per il bisogno del corpo, il compito pesante e faticoso del nutrimento. Ma le mani si sono assunte questo compito e hanno lasciata libera la bocca perché provvedesse alla parola.

Gregorio di Nissa, Trattato della creazione dell’uomo, 379 d.C.

 

Parlare, avere il dono della parola è la facoltà di esprimersi oralmente in un linguaggio articolato e ‘parola’ è il risultato di tale attività. Parlare è un’attività complessa che coinvolge numerosi apparati, tuttavia, se un ipotetico extraterrestre esaminasse il nostro organismo non troverebbe alcuna evidenza fisiologica di tale facoltà. Tralasciando la questione di come si sia evoluta una specie in grado di parlare – Gregorio sembra avere le idee chiare in proposito ponendo l’accento sulla mobilità quale fattore evolutivo decisivo più che sulla complessità del cervello – è essenziale stabilire che parlare non equivale a emettere suoni articolati, come del resto sanno fare molte specie animali. La differenza sostanziale risiede nel fatto che il verso di un animale è sì capace di generare una reazione in chi lo sa interpretare, mentre per la parola non è essenziale determinare un comportamento, quanto tradurre la realtà. Detto altrimenti la parola presuppone che chi la utilizzi abbia accolto la scissione avvenuta tra linguaggio e realtà, tra parole e cose nominabili; in definitiva la parola è un qualcosa che si aggiunge alla facoltà del linguaggio rimanendone ben distinta.

Parlare, avere il dono della parola è anche la possibilità che ci viene da altri di essere o non essere ascoltati e in definitiva di esistere, di avere un’identità. Il bimbo che balbetta le sue prime parole suscita una tenerezza indicibile a patto di non vedere dietro un tale atto una potente affermazione di volontà, l’insopprimibile desiderio di inserire le proprie parole nel filo del discorso degli adulti. Tale volontà è anche una necessità, giacché solo se ascoltato il soggetto viene riconosciuto, innescando così un conflitto insanabile perché ciò può avvenire solo se accettiamo di tacere, solo se cediamo al figlio il nostro posto.

La parola che rivolgiamo all’altro non è una semplice trasmissione di informazione – paragonabile al lampeggiare di una luce di emergenza – in quanto nella comunicazione è in gioco soprattutto la relazione tra l’io e l’altro, una relazione che richiede necessariamente di immedesimarsi nell’altro e nella quale ci esponiamo al pericolo di non essere riconosciuti, accettati. Tuttavia, dal momento in cui stabiliamo con certezza che il nostro interlocutore meriti tutta la nostra fiducia e stabiliamo che la parola scambiata abbia il valore assoluto di verità, ebbene proprio allora la parola assume una potenza illimitata, a costo di non avere alcuna conferma dalla realtà. “Dì soltanto una parola e io sarò salvato”. Il credente dona la propria parola a Dio e in cambio riceve da Dio la sua: a tanto può arrivare la fiducia nella parola altrui.

La parola può suscitare un piacere speciale – alternativo all’angoscia che produce nella conversazione – il piacere di ciò che è portato in dono; la parola narrata offerta a chi ascolta, la parola che articolata in un insieme, poco importa se coerente, crea un mondo perfetto e compiuto, la parola di una fiaba, una parola d’amore.

Alberto Massari

 

 

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