lunedì 23 ottobre 2017   ::  
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FEDERICO II E L'ISLAM

 di Mario Bernabò Silorata

Molto si è scritto su Federico II di Svevia e molto ancora si scriverà su questo imperatore che fu folgore e tuono del medioevo, ma c'e' un particolare aspetto della personalità di Federico II, che è ancora poco conosciuto e poco studiato; ed è quello che io definirei l'ecumenismo ante litteram dello Stupor mundi, ossia il suo dialogo e la sua amicizia con il mondo musulmano, nonché la sua profonda tolleranza verso le altre religioni del grande Libro.

Pochi si sono chiesti a cosa fosse dovuta la sua amicizia con le dottrine coraniche e con i musulmani. E' sicuramente  un argomento  molto interessante, perché  fu proprio il vento dell'Islam che lentamente forgiò e plasmò la personalità di Federico II sin dall'infanzia, grazie anche al retaggio dei suoi ascendenti normanni per via materna, tanto tolleranti e aperti alla cultura musulmana: la madre Costanza d' Altavilla e il nonno Ruggero, re di Sicilia.

Negli antichi insegnamenti sufici si legge, infatti, che lo sviluppo dipende dall'uomo, ma deve iniziare attraverso un maestro. Purtroppo noi ignoriamo ancora chi sia stato il Maestro di Federico II, ma una cosa è certa: sulla sua personalità molto influirono i suoi contatti con i maestri arabi dai quali apprese a prendere per guida la ragione in ogni cosa, il segreto dei numeri, l'alchimia, certe norme igieniche e salutari e forse anche il mistero della pietra filosofale, come si può intendere dalla magica costruzione di Castel del Monte.

Tutta la personalità dello Stupor mundi è avvolta in un mistero: un mistero che è stato trasmesso ai posteri in sfingi di pietra. E non è un caso se, come affermano i Sufi, la parola araba per pietra è associata alla parola "nascosto" o "proibito".  Dovete sapere che tracce della sua geniale personalità sono giunte a noi attraverso Castel del Monte e un'antica stupenda abbazia gotica del XIII secolo, vicino a  Frosinone; l'abbazia cistercense di Casamari.   Se Castel del Monte è uno dei più grandi misteri esoterici del medioevo, come la cattedrale gotica, che è un'enciclopedia di tutto il sapere medioevale, Casamari, invece è il mistero della vita e della morte di Federico II.

Andate pura a Casamari, amici miei, se volete capire davvero il mistero di questo imperatore, perché è proprio laggiù che Federico II ha voluto celare il suo testamento, inciso nella pietra e alle pietre affidato. Poi, andata anche a Castel del Monte ove tutto ricorda il numero otto - come le sue torri e come i misteriosi fioroni a otto petali che si vedono in quella misteriosa abbazia.  Vi posso assicurare che entrambe le costruzioni sono dimore di dottrine e di verità inesprimibili!

Abazia di Casamri.jpg (foto: Abazia di Casamari)

Si ricordi  che il numero otto simboleggia l'espressione perfetta,  ossia l'ottagono e rappresenta fra le altre cose il cubo; si pensi alla Kaba della Mecca, che è il tempio cubico per eccellenza. Ricordatevi che nel sufismo antico l'otto è la via che porta al nove, ossia alla conoscenza segreta, e vi posso assicurare che quella conoscenza è ben celata nell'abbazia di Casamari.

Secondo quanto scrisse lo storico Amari "si potrebbe supporre a priori che egli fosse stato educato alla scuola peripatetica degli Arabi, perché l'Europa cristiana in quel tempo non soleva attingere ad altra fonte che a quella" .

Sappiamo infatti, che allora la fonte di tutta la cultura era essenzialmente nel crogiolo della scienza araba. Ricordati che furono gli scienziati musulmani, tra IX e X secolo, a tradurre in arabo buona parte delle opere dell'antichità classica e dell'India; e furono proprio questi insigni maestri che tanto contribuirono alla nostra cultura e alla fioritura dell'arte medievale.

Dobbiamo ringraziare sia Raimondo, arcivescovo di Toledo, che tra il 1126 e il 1151, fondò una scuola di traduttori per tradurre dall'arabo, in latino i testi degli autori greci e arabi, sia Pietro il Venerabile, abate di Cluny, che fece  tradurre per la prima volta il Corano in latino nel 1144, e qui devo ricordare  che padre dell'alchimia fu il grande arabo  Jabir Ibn el-Hayyan dell'ottavo secolo, soprannominato  al-Sufi, cioè il Sufi, che si rifaceva a Mosè, come pochi ben sanno. Tutti questi sono solo degli esempi, ma fu questa la scienza e la cultura che plasmarono la mente di Federico  da giovane e continuarono a plasmarlo, contribuendo così alla sua formazione del suo mito.

sappiamo, inoltre che Federico studiò dialettica con un musulmano di Sicilia, il quale lo seguì anche alla crociata e lo accompagnò  fino a Gerusalemme come maestro di logica, che nelle sue lettere al mondo arabo Federico iniziava sempre con la formula Basmalah, ossia in nome di Allah misericordioso e clemente, che alcuni suoi migliori amici, con i quali tenne una lunga corrispondenza, erano esponenti del mondo musulmano, come il grande saggio Ibn Sab'i'n di Murcia (deceduto nel 1270)   vero campione della scolastica musulmana, la cui reputazione era così vasta e profonda che lo stesso pontefice dovette riconoscere che tra i musulmani nessuno  conosceva  Dio  meglio di lui. Nota  è inoltre la sua lunga e fraterna amicizia con l'emiro Fakhr-ad-Din, che Federico nell'autunno del 1227 nominò cavaliere, consentendogli anche di fregiarsi dei simboli imperiali.

Sappiamo che la sua sete di conoscenze  e il suo desiderio di vivere in pace e in armonia con il mondo arabo spinsero i suoi emissari fino all'Indostan, che fu amico del sultano di Damasco e del sovrano del Marocco, che aprì trattative e rapporti commerciali con i vari sultani d'Oriente, che nel 1231 firmò un trattato con Abou Zak, re di Tunisi, in cui tra l'altro, veniva consentito ai musulmani di Pantelleria di essere governati da un loro anziano, nominato direttamente dall'imperatore.

Sappiamo che Federico II era molto stimato dai musulmani sia per la sua conoscenza  della dialettica araba sia per la sua rara eloquenza, sia per la sua immensa e stupefacente cultura, sia infinte per le sue opinioni ben poco ortodosse sulla religione cattolica, come riporta  l'antico storico egiziano al-Maqrizi, per non parlare poi del suo grande capolavoro che fu la crociata diplomatica in Terrasanta, senza spada, senza spargimento di sangue, definita dal Gregorovious un capolavoro d'arte politica; il magnifico accordo con il sultano d'Egitto, proprio quel Malek al-Kamil, uomo moderato e magnanimo, e suo grandissimo amico, che alcuni anni prima aveva conosciuto il fraticello di Assisi, grazie a frate Elia da Cortona; un accordo condotto con uno spirito di tolleranza del tutto ignoto, se non addirittura inconcepibile alla civiltà cristiana del XIII secolo, ch si divertiva a mandare al rogo gli eretici; un accodo grazie al quale cristiani e musulmani potevano andare liberamente a pregare negli stessi luoghi.

Quell'accordo purtroppo, sollevò un polverone di proteste e di accuse da parte guelfa e da parte della Chiesa naturalmente, fino al punto di dichiarare Federico miscredente e traditore della fede, accusandolo di essere "un discepolo di Maometto" e questo solo perché aveva riconosciuto parità di culto ai musulmani di Gerusalemme. V detto, però, che anche da parte degli integralisti arabi non mancarono le critiche a quell'accordo, dagli stessi definito come uno degli episodi più disastrosi  nella storia dell'Islam.

Federico aveva capito che i luoghi sacri di Gerusalemme, tanto cari ai cristiani, erano altrettanto cari e sacri alla mente e al cuore dei musulmani. E quindi, con una mosso inaudita per quei tempi e per quella mentalità, mutò  il fronte d'incontro tra Occidente e Islam; da un fronte di opposizione e di scontri armati come le crociate, in uno scambio di pensieri,  di idee , di libri, il tutto improntato a un vero spirito di fratellanza; e così con un'abile manovra di pacificazione con imperatore dei cristiani, grande amico dei musulmani riportò la Terrasanta anche se solo per dieci anni e qualche mese, al mondo cristiano, senza dover ammazzare gli infedeli, ma trattandoli da amici: Pace e amicizia con l'Islam. Così pensava, così fece, quel grande spirito libero, il genio fra gli imperatori tedeschi, Federico II - come scrisse il filosofo Nietzsche che aveva capito la grandezza dello Stupor mundi.

E così Federico II scomunicato nel settembre 1227 da un papa ostile, perché indugiava a partire per la Terrasanta  fu poi dallo stesso Papa duramente attaccato perché era partito per la crociata da scomunicato!

In realtà  il Papa si rendeva conto che una crociata condotta e vinta da un imperatore avrebbe portato a una dominazione imperiale in tutto il Mediterraneo e temeva molto il dominio degli Svevi, specie il carisma di Federico II.

Federico grazie al suo dialogo con l'Islam e senza colpo ferire, quasi facendo suo il pensiero di Giocchino da Fiore, secondo il quale il pericolo dell'Islam non doveva essere debellato con le armi in pugno, riuscì a risparmiare tanti morti e tanta vergogna al mondo cristiano  delle crociate, ottenendo più vantaggi di quanto non poterono fare l'abilità di  un Filippo di Francia o l'ottuso eroismo di un Riccardo Cuor di Leone, che per vendetta fece decapitare tremila prigionieri davanti alle truppe del Salatino. Purtroppo, per la Chiesa del XII secolo, la vita dei non credenti (i musulmani in questo caso, come pure tutti coloro che erano considerati eretici) non aveva alcun valore "le glorie cristiane stavano alla morte dei pagani" diceva la Chiesa.

Tutto questo ha qualcosa di straordinario se si pensa che secondo la storiografia anglo-americana, come può ricavarsi dal volume Le grandi religioni orientali (Milano 1993)  L'Islamismo è la religione che risulta più difficile comprendere in Occidente, poi secondo un articolo apparso sulla rivista Newsweek il 26 marzo 1979, a firma di Meg Greenfield: "Nessun'altra parte al mondo risulta per noi incomprensibile in modo così irritante, sistematico e ostinato quanto la struttura religiosa e culturale e geografica conosciuta come Islam"

Federico non aveva pregiudizi razziali o religiosi, tutti erano sui amati sudditi. Accolse persino gli ebrei nel regno ed a corte, anche se nei decreti del 1221 a Messina - tanto per ingraziarsi il Papa - aveva sancito  che gli ebrei dovevano portare un segno distintivo sulla veste e dovevano farsi crescere la barba per poter essere riconosciuti, ma non furono mai perseguitati.

Ricordo, però a chi non lo sa, che l'idea di portare quel segno sull'abito si deve inizialmente ai musulmani. E' bene che si sappia: il famoso segno d'infamia (il cerchio giallo) nacque fra i musulmani orientali che nel secolo undicesimo lo imposero sia ai cristiani sia agli ebrei (si veda la Carta di Alais del 1200). Poi nel 1254 la Chiesa con il Concilio di Albi lo impose agli Ebrei come pure il Concilio di Ravenna nel 1311. Nel XV secolo a Napoli fu imposto dalla Chiesa agli ebrei il segno del Tau (una lettera dell'alfabeto ebraico) ma già fin dal IV secolo la Chiesa con il Concilio di Elvira aveva proibito il matrimonio tra cristiani ed ebrei!

Ricordo qui che Federico aveva permesso agli ebrei di ricostruire le sinagoghe che erano andata in rovina, di costruire le proprie case su un terreno all'esterno dell'Alcazar di Palermo, e di poter vivere in qualsiasi zona volessero; non solo, ma li difese sempre dalla mentalità cristiana dell'epoca, proibendo qualsiasi coercizione o violenza nei loro confronti.

In compenso, gli ebrei di Gerba  contribuirono allo sviluppo del Regno, introducendo in Sicilia la coltivazione del'anile (pianta del genere indigofera da cui si estrae l'indaco) e di altre piante esotiche allora sconosciute. Non solo ma con gli ebrei arrivarono anche i grandi traduttori, molto apprezzati a corte, tra cui Jacob Salomon che, con la loro opera di traduttori contribuirono in gran misura a far conoscere le opere di Avicenna, Averroè  e  Maimonide  dando un notevole impulso alla conoscenza.

Federico II è stato accusato di despotismo sfrenato e di aver voluto imporre il suo regime assolutistico anche fuori  del Regno. Non è vero  che Federico II avesse voluto sopprimer tutti i privilegi dei Comuni e stabilirvi un regime assolutistico. Federico voleva riportare i Comuni alla rigida osservanza del  Trattato di Costanza, creando un sistema  più efficiente di controllo diretto perché - ed è bene chiarire questo particolare - i Comuni avevano approfittato del collasso dell'Impero, dopo la morte di Enrico VI, e negli anni 1198-1225 avevano esteso i loro poteri ben oltre i limiti del Trattato di Costanza, le cui norme non erano loro più gradite. Inoltre, Federico sapeva  bene che l'ideale democratico delle città italiane del medioevo era un aspetto esteriore più che una realtà e che nei Comuni dell'Italia centro settentrionale imperavano faziosità, rivalità ed esosi privilegi di classe.

Federico non era affatto un uomo semplice; in lui coabitavano felicemente il sentimento  cavalleresco germanico  e lo spirito arabo, un orgoglio sfrenato e un grande equilibrio umano.  Dal nonno Barbarossa aveva ereditato il fascino, l'esuberanza, la grandezza morale, dal padre Enrico VI, la fermezza, la determinazione,  il senso della politica, dalla madre, la dolcezza orientaleggiante dei Normanni. Con una simile ascendenza si era realizzata in lui la sintesi ideale e stupenda di un mondo superiore, di una sfera intellettiva che andava ben oltre la mentalità del suo tempo. Questo suo carattere non poteva non inquietare  la Chiesa e apparire anche scandaloso. Come cristiano, infatti, tendeva allo scetticismo.

Il suo atteggiamento nei confronti di certe dottrine risente della filosofia araba e si conferma nell'antico detto dei Sufi, secondi i quali, la salvezza non si ottiene digiunando, ne indossando particolari vesti, né flagellazioni. Queste sono superstizioni e ipocrisie. Dio ha fatto tutto puro e santo, l'uomo non ha bisogno di consacrarlo (lo stesso concetto lo troviamo anche nell'apostolo Paolo, si veda l'Epistola ai Colossesi 2:16, 20:22).

Federico aveva il culto della giustizia, e sulla giustizia impiantò il vero concetto di libertà, uno spirito di giustizia che lo portava a odiare l'oppressione dei poveri a opera dei ricchi. Si, proprio una filosofia di giustizia ben nota a quel grande uomo che fu Federico; colui che istituì la defensa. Trattasi di una norma sancita nella Costituzione di Melfi nel 1231, non molto conosciuta dagli storici e quasi sconosciuta ai giuristi. Consisteva nell'invocare il nome dell'Imperatore, e ogni tipo di sopraffazione, violenza o angheria  in atto doveva immediatamente cessare, altrimenti  l'aggressore sarebbe incorso in pene estremamente severe. E non corrispondeva all'invocazione a Cesare al tempo di Roma (si veda Nino Tammasia, Nuovi studi sulla Defensa in atti del Real Istituto Veneto di Scienze e  Arti - anno Accademico 1900-1901).

Paradossalmente, il governo assoluto di Federico, sancendo la parità dei diritti e dei doveri per tutti, con le magnifiche Costituzioni di Melfi, diveniva in realtà un governo liberatore e redentore delle classi più umili.

Ho l'impressione che con il tempo Federico sarebbe arrivato a quel nobile traguardo che è l'uguaglianza e la parità dei diritti e dei doveri fra sudditi e Stato, e viceversa, cosa che non si è mai verificata nella così detta  legislazione  democratica del mondo moderno.

Grazie all'opera legislativa di Federico II, l'Impero si trasformò in una struttura quasi moderna, tale da fare veramente invidia a tutti, esaltando così la gloria di quell'Impero, come dichiarò lo stesso Federico con parole stupende, persino commoventi: il mondo vive del suo respiro, il suo splendore illumina la cristianità nel tempo e oltre il tempo. E qui non posso fare a meno di ricordare le grandi parole di Federico che amava davvero il suo popolo: "Ci interessa avere sudditi benestanti e la loro vita nell'abbondanza.....e da ciò conseguirà a noi gloria, non senza lucrosi vantaggi....E ancora in un altro suo scritto ove si leggono queste parole bellissime: Con generosità provvediamo al benessere dei nostri fedeli...."

Cosa gridano invece i nostri uomini politici? Ditelo voi!

Come sovrano e imperatore Federico non ebbe una vita facile visse in una continua provocazione che si trasformò  in un titanico aspro duello contro quelle potenze così retrive. Promosse leggi mirabili, creò il culto della giustizia, innalzò templi alle virtù e alla cultura, scavò fosse profonde nella mentalità ottusa di quell'epoca, cercò e realizzò  un avvicinamento pacifico con l'Islam proprio nel nome di quel Dio che  comune a tutti; come uomo, anche se visse come un sultano battezzato - come dicevano i cronisti del tempo - diede un impulso straordinario alla cultura formò una corte quasi rinascimentale, riuscì a valicare i limiti del suo tempo e ritrovare la chiave smarrita della conoscenza antica. Fu l'uomo  che un antico cronista definì  il più grande tra i principi della terra, che stupiva il mondo e vi apportava  mutamenti straordinari.

Fu l'uomo dall'animo grande e luminoso immerso e sprofondato nel  suo io immenso, sempre al di là del bene e del male. E se la morte non lo avesse rapito ancor giovane, cos'altro avrebbero visto in lui?

In sintesi, fu grande, magnifico, irrepetibile e anche enigmatico; fu l'uomo cui la terra e il mare adorano e a cui i cieli rendono omaggio - come disse un giorno Pier delle Vigne, il logoteta imperiale.

Grazie a voi tutti amici miei.

Mario Bernabò Silorata

(diritti riservati all'autore - Roma, giugno 2013)


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Scrittore, saggista e traduttore, dirige il Centro Studi italiano per ricerche sul Medioevo. E' nato a Firenze  nell'anno 1928.

La carriera di Mario Bernabo' Silorata è iniziata grazie al suo interesse per lo studio e la conoscenza delle lingue straniere;  ha conseguito sia il  diploma in  letteratura francese presso l'università di Grenoble ed alcuni master di studio  presso la Bob Jones University  di Greenville  South  Carolina, in Storia del Cristianesimo medievale, Storia della Chiesa ed esegesi biblica con un  major in tecnica di composizione e oratoria in lingua inglese. Traduttore e revisore bilingue, per 36 anni, presso la Nato ha insegnato anche tecnica di composizione inglese presso la scuola per interpreti di Napoli.

Grazie alle sue capacità linguistiche Mario Bernabo'  Silorata  ha  tradotto molti libri famosi  dall'inglese e dal francese -  co-autore del Grande dizionario di marina  (Di Mauro editore, 1971  è autore  della  Grande Grammatica Ragionata della Lingua Inglese  (Le Lettere/  prima edizione 2005).

Altre sue pubblicazioni:

Fiori di sabbia (libro di poesie) (Edizioni Rebellato - 1982)

Firenze 1944 dal diario di un giovane fiorentino (edizioni Maprosti & Lisanti - 2008)

Dall'epopea dei Normanni all'impero di Federico II - Jesi, Stampa Nuova (fa parte delle Tabulae del Centro Studi federiciani: per  l'Europa e primato della cultura 1998

1860: notizie dal regno : la fine dei Borboni nelle Cronache di don Giuseppe Forgione, canonico di Gesualdo in Irpinia / a cura di Mario Bernabò Silorata e Antonio D'Errico - Di Mauro Editore 1994.

 

Federico II di Svevia, saggezza di un imperatore (Convivio- 1993) presentazione di Fulvio Tessitore e vincitore del Premio internazionale Federico II 1995.

Federico II a Casamari - Edizioni Casamari 1995

Enrico VI di Svevia, Dominus Mundi - 1165-1197 - Adda editore 2004

Un punto sul cerchio dell'Orizzonte  - Odissea di un giovane poeta fiorentino (1891.1941)  Thesan & Duran - 2008  più volte in ristampa

Gregorio IX e Federico II Incontri e scontro tra sacerdozio e e impero - Nerbini editore -  ristampa 2013

 

 

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