lunedì 23 ottobre 2017   ::  
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LE IRIDESCENZE DEL VERSO

 

nella poesia di Miriam Luigia Binda

da Improvviso profondo....silloge edita da Helicon /Arezzo

 

 

 

                                                                        tommasi.jpg      a cura: Prof. Rodolfo Tommasi

 

 

Sorprendente, affascinante e culturalmente granitico è il panorama di prospettive terminologiche che viene a confluire nei versi di Miriam Luigia Binda, prospettive e angolature entro le quali

ogni supposizione e presupposizione di 'tempo poetico', dalla spinta emotiva di una genesi di dettato all'energia psichica della sua elaborata e continua rinascita verbale, si trasforma subito in

spazio abitato dalla perentoria presenza della parola.

 

L'autrice prosciuga l'humus convenzionale dell'evocazione, ossia toglie all'atto evocativo connaturato alla scrittura l'aspetto più diretto e immediato della suggestione, quello che ognuno saprebbe prevedere, per creare un altro genere di coinvolgimento, inedito  e fortemente incisivo, basato su una radicale rifondazione dell'immagine in una nuova sintassi del mito iconico/letterario, vale a dire su una progettuale, inconsueta e inattesa finalità di sostanza comunicativa da immettere nel potere espressivo del significante - e, di conseguenza, del segno, del vocabolo raggiunto e accettato, con naturalità di articolazione dialettica, valutando  gli spessori lessicali delle sue reali e possibili valenze.

 

Accade, nelle variegate  offerte dalla filigrana semica della scrittura, che il vocabolo si materializzi, si incarni in un personaggio,  come nel caso di quel geniale cuneo immesso nell'opera (quasi un lieve riverbero del mondo romanzesco di Grass), tra narrazione e teatro, Il prestigiatore ed il pagliaccio: allora la metafora giunge ad assumere finanche una luminescenza allegorica

oltremodo diramata.

E' assai raro incontrare - soprattutto oggi, fase epocale dell'esternazione misurata sui modi di un approssimativo 'parlato' - tanta densità d'accento, tale rischiosa sporgenza sui territori del lirismo  visionario ("ciglia di fango d'alga"): eppure è proprio dai vortici formatisi intorno alla parola e all'interno di essa, lontana  dal temere e temersi, che si forma l'unicità di questo linguaggio,  di questa poesia dalla semantica invasiva e sismica, di questi  versi abbaglianti per cromatismi pressoché sconosciuti e improvvise  profondità di luce.  Vi è, inoltre, sia pure non costante (poiché diverrebbe schema, e  qui gli schemi sono, deo gratias, estranei, ignorati), ma frequente, la vibrazione della corda d'apparenza burlesca, dello scarto di  registro, la stimolazione di un nervo ambiguo nell'impianto  tonale: gioco o dramma, coreutica o affanno, diversione o implicazione: sono giusto gli opposti mai del tutto 'opposti' a nutrire  l'enunciato oscillante tra due poli dialoganti e complementari. Il codice universale della poesia - ancora sottintende la Binda - non  ammette nitori funzionali a distinguere l'uno dall'altro gli elementi  compenetrabili (sarebbe come voler dare senso univoco allo  splendido distico conclusivo in Pinocchio, come voler togliere  l'ombra in cui tace e a suo modo si cela La cerva rumena, come  voler sciogliere i nodi temporali in Cheope o in Fiore nel fango).                  

 

Questa poesia è magica nel saper porre in un immanente primo piano la lontananza, e nello sfumare, quasi in ruolo di sfondo,  l'incombere di quanto è o sarebbe invece subito visibile.

 

La verità  del troppo palese, delle presunte certezze, delle referenze assolutizzate  secondo una logica corrente e imposta, può essere  sospetta, in odore di equivoco: è una teoria da desumere, sempre  sottesa ad altra logica, quella dell'autenticità poetica, e qui passaporto  di legittimazione per deragliare dal binario della cosiddetta  logica matematica, adottabile per vivere e comunicare (nel quotidiano), non per esistere (nella poesia).

 

Si tratta, comunque, di una lontananza non solo fisica; anzi, decisamente concettuale, in cui assume valore imprescindibile quella peculiarità di linguaggio capace di assemblare in sé, in nodi di sostenute e tenaci  coerenze, allusioni arcaiche, lampi di classicismo, scudisciate  provocatorie di modernissimo oltranzismo, panneggi misterici,  pulviscoli di arcani formulari, rapidi passaggi di presenze fantastiche,  linfe vitali smaglianti e baluginanti  di fisionomie d'oltretomba,

guizzi di spirito epigrammatico e morbide ellissi di  lentezza elegiaca.

 

Non riesco a immaginare - se davvero si vuole collocare le seguenti pagine in una plaga letteraria di indicabile ascendenza - una maggiormente persuasiva testimonianza orfica; ma anche simile definizione (modale, stilistica) non basta, è carente, non colma né l'idea né il gettito delle sollecitazioni emanate da una nozione di poesia dove tutto, ogni dato, ogni istanza, ogni figura, è in un medesimo  tempo realtà e iridescente riflesso di sé, e di sé proiezione, ferita, memoria, traccia, simbolo, metamorfosi.

 

(poesie di Miriam L. Binda tratte da Improvviso profondo..../edizioni Helicon)

 

 

Fiore nel fango

 

Il vento di maggio

agita l’erba

un fiore bianco

in un prato di stelle.....

 

Non c’era vento e faceva caldo

sulla strada pareva luglio

invece era giorno di maggio.

La primavera era arrivata

come il ragazzo

voleva tornare a casa

per mostrare i suoi gioielli.

Erano piccoli ma lui aveva solo quelli

a sua madre potevano bastare

per sfamare la sua bocca

e di altre creature

cinque figli

pieni di lacrime e tanta fame.

 

A dieci anni il ragazzo

mesciò sangue con il vino

lo vide fare da bambino

quando suo padre tornava

con la bottiglia vuota

sotto il braccio tagliato da cento aghi

caduti come vetri rotti

negli occhi ciechi di sua madre

che non volevano guardare avanti.

 

Suo padre era ancora vivo o puzzava

come un morto?

Al ragazzo non importava

voleva solo prendere il suo posto

mesciò il seme con l’asfalto

e una notte, sulla strada, finse di essere altro.

 

La luna di maggio sospesa sui lampioni

all’umida stazione brandiva figure inquiete

mostrò così un notturno giardiniere

celato dal sipario oscuro di una città silente

con due grosse forbici in mano

tagliò sulla strada il ragazzo

e come fiore di campo

lo gettò a marcire nel fango.

 

Il vento sentì un lamento uscire dallo stelo

di quel fiore acerbo e maledetto

mai nato in una calda notte

d’un  giorno qualsiasi  di maggio.

lo portò con se, per sempre, in un prato di stelle….


Il presente contenuto pubblicato su aminAMundi

su concessione dell'autore e della casa editrice /tratto da Improvviso profondo...Casa Editrice Helicon - Arezzo

 

 

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