lunedì 23 ottobre 2017   ::  
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RACCONTO

LO SCEMO DEL VILLAGGIO 

 

autore: Roberto Fabris


 

Roberto Fabris  in questo breve scritto,  evidenza con un linguaggio ironico la  rilevante inversione di senso  tra una visione culturale-antropologica e l'altra.  

   


LO  SCEMO DEL VILLAGGIO 

 

Un ancor giovane, ma già illustre docente universitario, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo per i suoi studi di filologia romanza, precipitò nel deserto australiano con un piccolo aereo a bordo del quale alcuni amici lo stavano portando al luogo della sua prossima conferenza e, unico superstite, venne raccolto, ormai stremato e disperso, da una comunità di aborigeni.

L'indole mite e ospitale di quel popolo, probabilmente il più antico sopravvissuto sino all'era attuale, mise al riparo il nostro intellettuale da ogni  rischio di comportamenti ostili, e indusse gli aborigeni ad accoglierlo in spirito di assoluta parità e ad adoperarsi al massimo per il suo pieno inserimento nella loro società. Ma le loro speranze e i loro sforzi generosi andarono incontro alle più amare delusioni, il nostro si rivelò incapace di qualsiasi attività socialmente utile, e nemmeno in grado di badare alla propria sicurezza personale.

 

Se lo portavano con loro per una battuta di caccia cadeva sfinito dopo poche ore di marcia, non c'era verso di insegnargli a riconoscere le tracce delle prede, non le vedeva proprio, nemmeno quando erano di una evidenza assordante per gli aborigeni, non era minimamente in grado di accorgersi della presenza dei serpenti nascosti nella sabbia e dovevano intervenire di scatto per salvare la sua vita dai morsi fatali, con il boomerang peggio che peggio, per uno che lanciava ne smarriva due. Tentarono allora di associarlo al lavoro delle donne, sebbene ciò fosse molto contrario alle millenarie tradizioni, ma la sua manualità era pressoché inesistente, sempre lento e impacciato, e subito stanco.

 

Anche sul piano culturale egli si rivelò un fallimento: che non potesse conoscere le leggende era logico,  ma non aveva alcun senso del ritmo, danzava peggio di un canguro, cantava stonato, portava senza alcuna eleganza e dignità le decorazioni pittoriche del corpo (pur essendo ormai diffuse anche da noi le manifestazioni estetiche del body painting) e, cosa che tra tutte maggiormente turbava gli aborigeni, appariva sempre più evidente la sua totale inadeguatezza a penetrare i misteri del sacro e del magico, la sua incapacità di capire la religione e i suoi riti, essenziali per la coesione della comunità e per la sua stessa sopravvivenza, che sarebbe stata impossibile senza l'atteggiamento propizio delle venerate e terribili forze della natura, senza il rispetto dei tabù.   Tuttavia decisero, con grande generosità, di lasciargli vivere la sua vita in pace, libero di fare quello che voleva o sapeva fare, cioè praticamente nulla: egli aiutava un po' le donne a trasportare l'acqua, e per il resto stava seduto, o sdraiato, o si spostava da una capanna all'altra sorridendo imbarazzato e infelice ora all'uno ora all'altro: era lo scemo del villaggio.

 

I più speculativi tra i suoi ospiti cominciarono ad elaborare una ancora rudimentale teoria antropologica che prendeva le mosse dall'inevitabile constatazione dell'inferiorità della razza europea.

 

 

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