lunedì 26 giugno 2017   ::  
 
 

"appunti di alcuni  poeti  contemporanei".

 

 

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AGUSTONI Nadia 

 

Storia del cane 


Scherziamo sul dolore e l’averlo nella testa
c’è un coltello magico per incidere i dolori
sono le parole della quiete non dette
l’uno due e tre contati per finta
perché al via ci siamo, ma c’è il trucco.

Lo stesso succede al cane che si lancia
e trova la catena sulla fine e non prende niente
né capisce perché c’è chi ride passando
e chi ha paura di una rabbia sperduta
dell’occhio che afferra un limbo.

 

  

 

Martino Baldi

 

 

Piccolo libro dei mostri - prologo

 

 

I mostri camminano sempre,
anche nel sonno.
Hanno un segreto cangiante nel buco dietro il cuore
rinvolto in un pugno di carta marrone e di spago
e un piccolo uncino a cui stagionare i ricordi.

I mostri più esperti hanno imparato
a prendere e lasciare senza usare le mani
e cercano di insegnarlo ai nipotini.
Qualcuno di loro possiede una memoria
a forma di nido, di orto o labirinto
o in altri settanta formati diversi.
Di notte vi passano vicino e dalle tasche
di cappotti enormi e misteriosi
estraggono manciate di profumi.
Gettano ogni cosa all'aria ed alla terra:
i dispiaceri diventano ortica
i sogni crescono e diventano bambini.

 

 

 

 

 

 

BISSOLATI  Flavio

 

Drammaturgia

 

Annegato

in un luminescente

coma

di miraggi

e distruzioni.

 

 

 

 

BARTONE Elena

 

Il passo della luna

 

Appena un bicchiere di vino bianco

per dare un senso a questa giornata

che non ha nulla da dire,

non mi da  il senso delle tue parole stanche

né i contorni del tuo viso

che ricorda il passo della luna

nei silenzi siderali.

Niente ripaga la gioia

del tuo palpitare

in un calice

che sa di stagioni tradite

dal riflesso delle ore.

Armonie d’aurora

si staglia all’orizzonte

di gioventù che svaniscono

allo spuntar della vita.

Mi inebrio di incantesimi di luce

tra gli alveari delle tue alcove

che arpeggiano l’ironia della sorte

e la fugacità dell’attimo.

Mi riconosco creatura lieve

che canta agli alberi dell’autunno

il ritmo incessante

delle cose che vagano

senza meta in un plenilunio

di favole antiche.

 

 

 

 

CARLI BALLOLA Riccardo

 

L’ultimo Eden

 

Con gli occhi

oltre la superficie,

dentro le cose,

per dire lo stesso

quel che appare,

anche senza vedere;

scoprire altri cieli,

isole dove abitare,

ridere, piangere

danzare ancora,

scuotere le ali

con  brio,

come una mosca,

prima

della fine.

 

 

 

 

 

Caccamo Eugenio

Lu Ponti 

Lu Signuruzzu fici stà Sicilia sfavillanti
Isula n'mezzu lu mari cchiù mpurtanti
Nà la sò testa certu avia l'idea
Cà la Trinacria du munnu era la dea.

Tutti li re di dinastii straneri
Si sinteru rinasciri a siciliani veri
Tra li vari Ruggeri, Guglermi e Federici
Truvamu sulu nnammurati e di stà terra amici

Isula era e isula arristau
Anchi quannu ù Savoia si la futtiu
Lacrimi e sangu chiuvèru nà sta terra
Maniata e sminnata comu doppu nà guerra

Li peri n'ta la testa Roma nnì mittiu
E puru ora di nuautri sinni futtiu
E' jorni nostri pi scipparinni l'urtima valenza
Lu ponti vonnu fari pi scancillari la nostra esistenza !

 

 

 

 

 

CALDERONI Soemia

 

Valeria

 

Meteora

fosti per me,

nella tua infanzia

e nella prima giovinezza.

che con i tuoi bagliori

illuminavano

a tratti, fedelmente,

la corsa dei giorni miei

spesso pensosi

e in ansia.

La tua luce,

nel riserbo,

proveniva

dalla tua bellezza,

dal tuo impegno,

ma non saziava

la mia sete di affetto,

d’espansione.

Oggi, .lontana,

sei solamente

nel mio ricordo,

nel mio sogno

e non nei miei giorni

monotoni e freddi

che nel contarli

si esauriscono

con la mia vita

tesa nel desiderio vano

di avere vicino a te,

la mia luce

discreta.

 

 

 

 

CASELGRANDI CENDI Carla

 

Il lampo d’un sorriso

 

Il lampo d’un sorriso

può rivelarti il mondo

farsi pegno o prigione

di un futuro che spende il suo futuro.

 

 

 

 

Patrizia CAVALLI

 

L'Eden

 

Mi hanno mandato via?

E io me lo rifaccio.

E visto che ci sono lo miglioro.

 

 

 

 

 

 

CIMINO Lorenzo

 

Tracce

 

Questo minerale è impresso

di orme che non sono senza tempo.

Certo, mi sento sospeso,

quasi ubriaco, in un mondo

che pare un’immensa brughiera

deturpata con scorie che furono cose,

orizzonti, strade delimitate

da palizzate di bronzo.

E’ in questo modo

che ho perso le coordinate.

Ma, inspiegabilmente   piango,

come vedete, qui,

su questo angolo, rimasto

unico segno di un attimo reale.

 

 

 

DE ANGELIS Milo 

 

E’ Tardi   

 

Non ho saputo capire
non so ancora
se l'incrocio dei pali
è legno o leggenda
se i baci sono freddi
nella mia poesia o nel primo sguardo
delle labbra sigillate,
se l'amore passa senza suono
tra i corpi nudi
che nessuna ombra custodisce.
***
Ma poi quell'ansia ostruita
trovò le sue labbra. Tutto
era nelle parole
portate una alla volta.
Portate a coloro che attendono.
Solo a loro, nelle strettoie
dell'urlo. Era il pane che si mescola
al sangue. Era la stessa
sillaba che ci chiama
dai sotterranei, perduta
impronta digitale, sguardo
dei grandi occhi senza ciglia.
***
Torna antica la parola
e quella stanza era un suono
di fogli e neon, lesione
nella castità delle dita
a precipizio tra due pareti,
scendo in un giorno remoto,
il polpaccio s'indurisce,
tutto finisce a mezzogiorno, di ombra
in ombra si abbrevia una vita,
l'erba cresce nei corridoi
bisogna consegnare,
tra qualche minuto, bisogna
consegnare anche la brutta.

***
E’ tardi
nettamente. La vita, con il suo
perno smarrito, galleggia incerta
per le strade e pensa
a tutto l’amore promesso.
Cosa attende da me? Dove batte
il cuore dei perduti? E’ questa
la meta misteriosa
di ciò che vive?
La casa si allontana
dai soggiorni, tutto
è consegnato all’evidenza
della fine, tutto è sfuggito…
… ma la sillaba
che stringeva la gola
è questa.

 

 

 

 

DE ROSA Luigi

 

Tramonto sul mare

 

Una liquida lastra  rosso-azzurra

nell’abbraccio del golfo del Tigulio

ingoia il sole, in punta a Portofino,

in un tiepido tramonto di gennaio.

 

Agavi, fichidindia, pini

si protendono da terrazze e giardini

imbevendosi di luce e di calore.

 

Ma se un giorno dobbiamo scomparire

da questo palcoscenico che è il mondo,

perché, così spesso trabocca

di dolcezza di vivere

e di ardente splendore?

 

    

 

 

FAVILLA Eliana 

 

Fotografia d’autore

 

Pure se in bianco

e nero, è luce azzurra

lo sfondo, c’e’ un riverbero

nell’aria;

un fico torto intrica

diti e diti

con unghioli di gemme.

In basso il canto

d’un muretto – non argine,

non limite –

incentra chiaro

e scuro di poeta.

 

 

 

 

 

 ERMINI Flavio

 

La rupe delle ali

 

le forme relittuali, il gemito, la donna ostile,

L'errore sta proprio nell'uso delle ali.

 

nell'atto di cadere che gli è connaturato,

con movimenti appena percettibili si sottrae

alla luce l'uomo, mentre scende nuovamente  la notte,

la stessa, ancora un'altra, sempre uguale

 

gravitano le forme relittuali

attorno al proprio centro prima di essere cancellate

da ulteriori forze esterne

 

con un lamento che è poco

più di un gemito di chi cade e muore, cade e cade l'uomo

lasciato fin dalla nascita nell'abbandono

 

ha tante varianti il dolore

quante sono le creature insepolte nell'inerme moto discendente

che nemmeno l'uso delle ali può rallentare

 

ai movimenti ripetitivi della donna ostile

conferisce leggerezza l'espiazione, malgrado il sangue

che sotto le sue unghie resta raggrumato

e mette a disagio i sopravvissuti

 

ha molti emissari la prima

voce che al compimento del volo si leva priva di eco

 

 

 

 

LANDO Marco

 

La striscia azzurra

 

Seguendola, capii si sarebbe

rivelata nel cielo delle vette

continuando in me il richiamo

per ogni giorno verso la fine.

Giù era il piano, il fiume, la valle

era la neve, il vento quieto,

il tempo e i Tempi

dove poter scrivere dei suoi monti.

 

 

 

 

 

 Alfredo LUCIFERO 

 

identità

 

vedo la mia anima

specchiata sul tuo viso:

 

forse ti amo

 

 

 

 

 

MALIZIA Salvatore

 

Lallare 

            a mia madre  

 

Felicità di lallare del bambino

con suoni spontanei,

semi di parole,

promesse di creatività annunciata.

Mi sovvengono arcaiche parole,

ormai desuete,

della madre al bambino,

sognatore trasognato.

Diceva: “Figghiu meu, ma comu si’ allallatu?”

o celiava:

“babau… babau… settete”

gioco a nascondere e a ritrovare

dietro il velo il volto della madre.

 

Si rimane segnati da gesti e parole arcane

per caso ricordate.

 

 

 

 

 

MENOTTI GALE0TTI

 

Il dolore di Caterina

 

Come parlano i tuoi occhi

dolorosi accenti

se il Vate scomparso

recita silente

versi d’amore.

 

Quel di – all’alba radiosa –

saranno perle nel mare

infinito le lacrime

d’oggi.

 

 

 

 

 

NICEFORO Alessio

 

Disperatamente

 

Amare, amare, amare disperatamente.

Amare disperatamente i tuoi occhi,

i tuoi capelli, il tuo sorriso,

oppure amare disperatamente un fiore,

un tramonto una stella lontana.

Amare disperatamente

le espressioni più elevate della mente umana,

amare disperatamente te stesso,

amare disperatamente Dio.

Ma perché poi disperatamente?

Non si potrebbe amare tutto questo con serenità?

 

 

 

 

NUVOLONE Silvano

 

Sembianze

 

 

Carezzo gocce di pioggia

scivolanti sulla clessidra del viso

a incidere di tempo questa luce dicembrina.

Bizzarro vento,

sembianza d’inverno

mentre alberi lacrimano foglie

e l’airone muta le ali in volo.

Nei fuochi accesi

sembianze di presenze

lungo fumo di parole, gesti,

forse ritorni

o appena un giorno di festa,

giorno di sposa

lasciato presto, troppo presto

fra i panni dimessi dell’ultimo viaggio.

Raccolgo resti d’autunno,

amalgama gelida d’oro e fango

che terra nasconde,

gocce di pioggia

graffianti la clessidra del viso,

sembianze che ieri, appena ieri

erano neve.

 

 

 

 

Elio Pecora

Il limite

Starsene qui, nelle stagioni che mutano,

è la norma comune: il dono estremo e l'uscita.

A chi varcò la soglia non è dato tornare:

solo forse nel sogno dice parole slegate

troppo simili a queste dei nostri percorsi.

E seguitiamo assorti, a volte sorpresi,

ogni attesa è un gioco,

ogni dubbio l'incaglio di una deriva,

e diamo numeri ai giorni,

piedi alle voglie,

confini al vagare

- sforniti di mappe, ignari del  porto.

 

 

 

 

RONDONI Davide

 

Quasi cantata 

 

Afferra la sua luce senza limiti dicembre
quando tu mi apri gli occhi vicino,
neve notturna
splendore strano, sospensione gelata
dei rami
    che erano gemiti e ora . . .  
  
Afferra la sua luce senza confini il cielo
se tu chiami dagli archi
del silenzio e nel mio corpo reclami  
quel che era cieco ed immobile  
e dalle terrazze
        del mio dolore ti esponi

apri gli occhi e la luce brucia i suoi margini
e anche quel che sul mio viso
            sembrava duro e ora . . .  

Afferra la sua luce di meraviglia l'inverno
quando ti avvicini ed è
tutto impossibile, eccetto l’eterno.

 

 

 

 

 

ROSSI Valter

 

Epilogo

 

C’e sempre un’ultima pagina

per il riassunto della vita

che altri vorranno fare

dopo che il tuo taccuino di viaggio

avranno preso a sfogliare

se non penseranno

a pagine da buttare.

 

 

 

SPAZIANI Maria Luisa

 

Voce

Natale è un flauto d'alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.
Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.

 

 

STUTO Maria

 

Vento

 

Disse ad un ventaglio

un saggio Archimandrita

dimmi ventaglio

cose è la vita?

E il ventaglio

con molle ondeggiamento:

 

è solo Vento –

Vento – Vento.

 

 

 

 

SUGLIA Argo

 

La liturgia dei “senza”

 

O mio paese bianco senza rima

perduto tra le case – con le strade

vuote di gente d’ombra intabarrata

senza sesso né mestrui né passioni

 

Unto di reticenze simulate

nei tre bastioni tronfi – i tre cantoni

dell’orrore stravolto e del disgusto

del mare imbizzarrito e senza trombe

d’aria di ritmi folli e di uragani

o mio paese senza fantasia

di stridi e di assonanze al temporale

tu stai morendo bianco. O casa mia!

 

senza il grido d’un figlio al capezzale

senza fuoco né furia e senza pianti

senza l’orgia dei lampi sui bastioni

senza speranza e senza mai più canti.

 

 

 

 

VITALE Graziano

 

Cadde la lama

 

Cadde la lama

sulla pelle nuda,

un brivido camminò

con lui nel deserto.

Credette di poter fermare

la lama della vita

spostando la testa poco più in là.

Ma fu scostante e cadde

in un sonno profondo.

 

 

 

 

 

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