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Freud e Jung:  l'inconscio e la magia nella psicoanalisi 

a partire dai primi studi sul totemismo e la collettività 

 


            di  Armando   Massarenti

             /giugno 2015 

 

Sigismund Schlomo Freud -  6-maggio 1856 23 settembre 1939 /.

 Neurologo e psicoanalista austriaco - fondatore della psicoanalisi.  Il suo orientamento di studio e di ricerca ha sempre preso, come riferimento, il nucleo della filosofia dell'inconscio  alla base del comportamento individuale e delle relazioni sociali.

Carl Gustav Jung - 26 luglio 1875 6 giugno 1961 /

Psichiatra, psicoanalista, filosofo  antropologo svizzero.   La sua psicologia del profondo o psicologia analitica si differenzia dalla teoria di Freud  ampliando la sua ricerca dalla storia del singolo, a quella della collettività - il testo definito di rottura fu pubblicato nel 1912: La libido: simboli e trasformazioni.

 

Come i grandi maghi dell'antichità e del Rinascimento, il padre della psicoanalisi Sigmund Freud, rivendica il ruolo "essenziale, nella vita dell'essere umano, di una dimensione nascosta, invisibile e inconsapevole, la cui "potenza" è direttamente proporzionale al suo nascondimento. Non si tratta però  (a differenza di quel che accadeva nelle concezioni magiche) di un senso nascosto nel fondo di ogni realtà, materiale o spirituale. No, Freud è convinto che tale movimento sotterraneo agisca,  con tutta la potenza di cui è capace, ma soltanto nell'esistenza di quell'essere vivente che chiamiamo  "essere umano".

Se dunque non si potrebbe definire autenticamente magica la teoria dell'inconscio, di magia vera e propria il medico viennese si occupa in una delle sue opere più importanti, in cui per la prima volta - 1912 - il metodo psicoanalitico non viene applicato a un materiale clinico, ma trasformato in chiave di interpretazione  della storia degli uomini e della loro civiltà: Totem e Tabù.

Spinto anche dalle ricerche che già Jung stava portando avanti in quegli anni, Freud decise di esplorare due fenomeni apparentemente estranei all'orizzonte degli interessi psicoanalitici: quello del tabù e quello del totemismo, come assente, quest'ultimo, dalla civiltà contemporanea.

Egli si propone al fine di mettere a fuoco quella particolarissima concezione che "dalla natura e del mondo hanno i popoli primitivi a noi noti, sia quelli di cui abbiamo conoscenza storica che quelli ancor oggi viventi".

nella prospettiva di tali popolazioni, il mondo sarebbe popolato da "una quantità di esseri spirituali benevoli o malevoli" ai quali viene attribuita "la causa degli eventi naturali" e dei quali si ritiene che "vivificano non soltanto gli animali e le piante, ma anche le cose inanimate dell'universo"; e naturalmente gli stessi  esseri umani, dotati pertanto di anima capaci di "abbandonare la loro dimora e migrare in altri uomini", e di conseguenza in una certa misura, indipendenti dai corpi.

Freud individua alla radice di tale credente l'osservazione di fenomeni quali il sogno, il sonno e la morte. Da queste  premesse sarebbe derivata una prospettiva in grado di legittimare una comprensione unitaria dell'universo, che di volta in volta avrebbe assunto il nome di animismo (corrispondente alla mitologia) religione e scienza   Il mito e l'animismo, agli occhi di Freud, conterebbero dunque le premesse necessarie e sufficienti a generare quel che noi conosciamo come "religione" pur senza coincidere con quell'ultima. Non sono stati formulati  per una semplice esigenza  speculativa o conoscitiva, afferma Freud, poiché "il bisogno pratico di assoggettare il mondo deve avere avuto la sua parte in questo sforzo".

Non può stupire allora sapere che insieme al sistema animistico si sarebbe sviluppata una certa indicazione del mondo in cui comportarsi "per padroneggiare uomini, animali e cose, o meglio i loro spiriti. Indicazione - ma forse è superfluo a questo punto sottolinearlo - che va sotto il nome di "incantesimo" e "magia".

Freud distingue però il primo dalla seconda.  Mentre l'incantesimo si risolve , a suo parere, "nell'arte di influire sugli spiriti"  placandoli, conciliandoseli, privandoli del loro  potere, la magia è caratterizzata dall'uso di strumenti particolari, prescindendo dagli spiriti per "assoggettare alla volontà dell'uomo i fenomeni naturali, difendere l'individuo da nemici e da pericoli, e dargli il potere di nuocere ai suoi avversari".

E tutto questo avviene basandosi su un unico principio, autentico principio fondante della magia, quello per cui "si confonde un nesso ideale con uno reale". Si tratta, in breve, di agire, per similarità su un'immagine dell'avversario, nella convinzione che quando verrà fatto a tale immagine accadrà anche all'originale. O anche di operare per "imitazione" osservando la pioggia con il versare dell'acqua o imitando le nuovle da cui la pioggia cade.

Freud si riferisce costantemente all'opera di Frazer  Il ramo d'oro, ed individua  così i principi fondamentali dell'agire magico - quello della similarità  e quello di appartenenza; se ci si impadronisce  di una ciocca di capelli della persone o si agisce su quella ciocca, si crede che le cose accadranno come se ci si fosse impadroniti della persona stessa. E ancora da Freud deriva la distinzione tra magia  imitativa e una contagiosa, in cui "ciò che viene inteso come principio agente  è non più la  similarità ma la connessione nello spazio,  la contiguità o almeno la contiguità immaginativa, il ricordo della sua esistenza.

Se tali sono i principi, quali sono le ragione che spingono a esercitare la magia? Freud  non ha dubbi "sono desideri dell'uomo". L'uomo primitivo ha infatti una straordinaria fiducia "nel potere dei suoi desideri". Tutto quanto realizza per via magica  e deve dunque accadere soltanto perché  "egli lo vuole".

Si intende che anche l'analisi di Totem e Tabù  non è  interamente fine a se stessa.

Analizzando il comportamento dell'uomo in  una condizione  primitiva, Freud  non dimentica  i problemi dei suoi pazienti, e collega, per fare un esempio, quello che egli chiama il principio della "onnipotenza dei pensieri" (l'atteggiamento di chi, credendo nella magia "contagiosa", dimostra una assoluta sopravvalutazione del pensiero) alle "rappresentazione ossessive" di cui soffrono alcuni pazienti, convinti che tutto quanto accadeva alle persone a cui pensavano (sciagure o benefici)  dipendesse dal semplice averle pensate.

Anche in questo caso dunque, in un ambito prettamente scientifico, si introduce la magia, in rapporto con le nevrosi ossessive. Perché il nevrotico ha paura di esprimere certi suoi pensieri, convinto che, per il semplice fatto di aver pensato determinate cose queste ultime debbono accadere, ecco entrare in gioco gli incantesimi per proteggersi dal timore di sventure; "le azioni ossessive primarie di questi nevrotici sono infatti, di natura assolutamente magica".

Del resto Freud è convinto che, nella civiltà contemporanea, opera ancora  una scintilla dell'antica tradizione animistico/magica,  la fede nell'onnipotenza dei pensieri non è stata a suo avviso del tutto sconfitta dal dominio della forma  mentis profondamente scientifica; ma è ancora viva e operante  ad esempio in un settore,  quello dell'arte: "solo nell'arte succede ancora che un uomo dilaniato da desideri realizzi qualcosa di simile al soddisfacimento, e che questo gioco - grazie all'illusione artistica -evochi reazioni, affettive come se fosse una cosa reale".

Opere d'arte, spiriti e demoni, sono dunque semplici proiezioni delle emozioni umane. L'essere umano trasforma le proprie cariche affettive in personaggi e oggetti con i quali popola il mondo, e ritrova così "fuori di sé i propri processi mentali interiori". E quel che farebbe qualsiasi paranoico, come Schreber, autore del bellissimo Memorie di un malato di nervi.   Uomo primitivo, nevrotico, artista  (e forse mago) sono dunque compagni di una stesa avventura, vittime tutti della fiducia nell'onnipotenza del pensiero, e tuttavia in grado, a volte con l'aiuto del dottor Freud, di trovare un'apparente soluzione magico-artistico-scientifica  ai loro problemi.

Ma, nel disegnare la sua teoria della magia, Freud si contrappone esplicitamente alle ricerche che per un certo verso l'avevano spinto a farlo. si contrappone alle ipotesi della scuola di Zurigo  in in particolare a quelle elaborata in quegli stessi anni dal migliore dei suoi allievi, Carl Gustav Jung.

Agli occhi di Freud, infatti quest'ultimo avrebbe usato un procedimento inverso al suo, utilizzando materiale tratto dalla psicologia dei popoli per tentare di risolvere i problemi della psicologia individuale.

E' possibile che egli accettasse a fatica anche il sempre  crescente e sempre più esclusivo  interesse di Jung per la grande tradizione magico-alchemica.

In Jung tale interesse si fa sempre più netto quando più si va convincendo, che oltre all'inconscio personale (teorizzato da Freud) in ogni essere umano dimori uno strato ancora più profondo, innato che può essere definito  "inconscio collettivo". Una sfera che, al contrario di quella rigorosamente personale, avrebbe contenuti e comportamenti identici dappertutto e per tutti gli individui.

"un substrato psichico comune di natura soprapersonale presente in ciascuno".

Così tutte le dottrine primitive delle origini, quanto il mito, la favola, vanno intesi come contenuti inconsci trasformati attraverso una presa di coscienza e per essere stati percepiti.
In questa prospettiva, Jung - già culture di Paracelso - vedeva nell'alchimia  una vera e propria anticipazione della moderna psicologia dell'inconscio. E la interpreta  di conseguenza in chiave simbolica.

Convinto della  storicità dell'alchimia e del carattere inconscio della Grande Opera, Carl Gustav Jung mette  chiaramente in luce "il carattere compensatorio dell'alchimia rispetto agli aspetti d'ombra della tradizione religiosa, filosofica e scientifica occidentale" . L'arte della trasmutazione viene  da lui messa in rapporto con la tradizione gnostica, con quella dimensione esoterica che vede nei segni e nei fenomeni visibili la continua e imprescindibile  allusione a una dimensione che solo ora chiamiamo  "inconscia", ma che in ogni caso no nè mai stata completamente definibile e conoscibile.

Se è vero che vi sono troppe cose che oltrepassano l'orizzonte della comprensione umana, per questo ricorriamo costantemente  all'uso di termini simbolici o immagini, è anche vero che tutti i fatti della così detta realtà diventano eventi psichici "la cui sostanziale natura è inconoscibile in quanto  la psiche non può conoscere la propria sostanza psichica (...) ogni esperienza contiene  un numero infinito di fattori sconosciuti, per non dire del fatto che ogni oggetto concreto è sempre sconosciuto, sotto certi aspetti, dal momento che non siamo  in grado di conoscere la natura sostanziale della materia in sé".

Molti eventi rimangono così al di sotto della soglia della coscienza,  ed il loro cuore  segreto continua ad agire inosservato ripresentandosi sotto forma di sogno, oppure come mito o pratica di cui la ragione cosciente difficilmente riesce a decifrare  il senso. Ben precisi archetipi continuano a manifestarsi nella forma di impulsi non meno spontaneamente degli istinti.

Magia, alchimia, inconscio personale e sogno sono, agli occhi di Jung, manifestazione diverse di un medesimo complesso psichico, ruotante intorno  ad alcuni simboli fondamentali, che non sono mai stati inventati da questa o quella figura, questa o quella popolazione, ma da ognuna di tali individualità  storicamente determinate vengono in qualche modo ri-trovati. 

Anche la magia e l'alchimia sono pratiche  utili  per portare a termine ciò che la natura ha lasciato incompiuto; proprio come pensava Paracelso. Entrambe implicano una intuizione del lumen naturae che opererebbe nel corpo invisibile; l'alchimia infatti esegue la volontà di Dio, che l'invisibile venga reso visibile.

In Jung torna dunque la consapevolezza che nell'atteggiamento magico-alchemico - ma in fondo, in ogni forma del fare - sia essenziale la convinzione inconscia relativa  alla mancanza dell'unità; che sia da riconquistare  un presupposto e da riportarlo a compimento nella forma di un "prodotto".

Così, lo psicologo svizzero può sostenere che l'anima è naturaliter  "religiosa". Se così non fosse, se "non si sapesse che nell'anima si trovano valori supremi, la psicologia non lo interesserebbe per nulla".

A suo parere, coloro che si definiscono religiosi dovrebbero prendere coscienza del divino - quello che abita ab origine nella loro anima - e quindi della contraddittorietà da cui siamo tutti costituiti nell'intimo (ciò che è univoco, che non ha contraddizioni è unilaterale, e quindi  inadatto a esprimere l'inafferrabile").

Per lui Buddha, Cristo e le diverse figure disegnate dalle molte religioni di fatto esistenti vanno concepiti come simboli di quell'archetipo universale che Jung chiama "Sè". E' insieme sempre, anche perfettamente individuale.  L'archetipo  dice insomma unità dei contrari. E' "questo contrasto il vero problema universale per il momento ancora irrisolto. Il Sè  dunque  è paradossalità assoluta, perché rappresenta sotto ogni riguardo tesi e antitesi e contemporaneamente sintesi ".

Non  ci si stupirà  allora dell'interesse junghiano per l'alchimia. Per una pratica  il cui metodo consisteva nell'andare  all'oscuro attraverso il sentiero del più oscuro, all'ignoto attraverso quello  del più ignoto - obscurum per obscurius, ignotum per ignotius. Per un sapere che riempiva l'ignoto il vacuo con pure proiezioni psicologiche, con figuare e significati la cui natura psichica è ovviamente inconscia per chi osserva.

Tematiche analoghe a quelle junghiane  escono comunque dall'ambito della filosofia-psicologia e finiscono per affascinare un altro grande protagonista del Novecento europeo. Non un filosofo o uno psicologo, ma un artista - e, ricordando le teorie di Freud, questo non dovrebbe stupire.

Maestro del surrealismo, teorico di punta di un'avanguardia artistica che avrebbe trascinato poeti, pittori, filosofi e scultori verso una decisa rivendicazione dell'irrazionale che governa, spesso inconsciamente, tutta la nostra esistenza. André Breton, dopo aver pubblicato molti anni prima le opera alle quali soprattutto dve la sua fama, come Nadja (1928) verso il 1957, in una piccola tiratura riservava ai soci di un club del libro, fa uscire un volume intitolato L'arte magica, in cui tenta di scrivere una storia dell'arte sub specie magiae.

Quasi a voler esplicitare il fondo magico di tutta l'arte, e non soltanto di quella surrealista, Breton sostiene che essa trae la propria  origine dalla magia stessa; ogni arte sarebbe dunque magica se non altro in relazione  alla sua genesi. A questo proposito Breton fa riferimento o agli gnostici e alla matrice platonica  di un certo modo di intendere la creazione e il terrore che sempre l'accompagna "la volontà del'artista è impotente a ridurre la resistenza che ai propri fini oppongono i fini sconosciuti della natura".

Riflettere sulla natura magica dell'atto artistico significa per Breton riflettere sulla convinzione e sulla sensazione di essere comunque mossi, nella poesia e nell'arte, da forze che oltrepassano le nostre. Come osservava Rimbaud, non bisognerebbe dire "io penso, ma - sono pensato".

Una riflessione non altro la ritroviamo in un filosofo che ha di fatto ben poco a che fare con il fenomeno surrealista. D'altro canto, il Novecento testimonia la presenza di una consapevolezza simile anche in pensatori per molti versi assolutamente  distanti dall'orizzonte  psicoanalitico   dischiuso da Freud e Jung.

Il filosofo  a cui ora vogliamo alludere è Martin Heidegger, che avrebbe tratteggiato i contorni del fare filosofico secondo una prospettiva  non molto diversa da quella ormai acquisita dal pensiero "magico":

Heidegger è vero, parla  piuttosto del filosofi come di un "pastore dell'essere" e non come di un mago, ma sono le caratteristiche che egli gli attribuisce a confermare in pieno il quadro appena delineato.

Si leggono le seguenti parole "Noi non pensiamo ancora in modo abbastanza decisivo l'essenza dell'agire. Non si conosce l'agire se non come il produrre un effetto in cui realtà è valutata in base alla sua utilità. L'essenza dell'agire, invece è il portare a compimento (Vollbringen). Portare a compimento significa dispiegare qualcosa nella pienezza  della sua essenza (...). Dunque può essere portato a compimento in senso proprio solo ciò che già è". E' proprio questo l'incipit della famosissima lettera sull'umanesimo con cui Heidegger rispose a Sartre e al suo  L'esistenzialismo è un umanesimo.

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Chi volesse approfondire l'argomento, qui di seguito, alcuni testi:

 

Martin Heidegger - Lettura sull'umanesimo, Adelphi - Milano 2003

Sigmund Freud - Totem e Tabù, Bollati Boringhieri, Torino 1997

Jolande Jacobi - La psicologia di Carl G. Jung, Bollati Boringhieri, Torino 2008

 

Andrè Breton - Nadja - Letture Einaudi, Milano, 2007

 

 

 

 

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