venerdì 17 novembre 2017   ::  
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LA FENOMENOPATIA di  ALDO MASULLO   

 e la fenomenologia  in  Husserl   

 

Per  il filosofo Aldo Masullo la fenonomenologia  di Husserl  non distingue il concetto di senso da quello di   «significato» – Husserl usa indifferentemente i termini Sinn e Bedeutung. Ma la fenomenologia non ha saputo realizzarsi come scienza dei significati, cosicché dalla sua crisi, e grazie agli innesti dell’esistenzialismo, la fenomenologia può diventare filosofia del senso anziché del significato. Anzi più precisamente, avverte Masullo, si dovrebbe chiamare «fenomenopatia» una tale filosofia, in quanto a rigor di termini non ci può essere un sapere logico di fenomeni pratici. 

Il gran merito di Husserl è stato quello di aver cercato di dare una consistenza scientifica e metodologicamente rigorosa alla ricerca sul modo in cui la «soggettività» costituisce il «mondo» che la scienza prende ad oggetto delle proprie particolari ricerche, e sui significati di cui questo mondo è caricato dall’uomo.   Fin dai primi scritti i temi centrali della sua ricerca furono la idealità dei contenuti di pensiero e l’attenzione per la dimensione soggettiva, trascurata dalle scienze positive, al cui fondo era possibile attingere quella universalità e necessità propria di una scienza senza che questa fosse derivata empiricamente. La scientificità della filosofia della coscienza husserliana si guadagna attraverso la purificazione del «fatto» da ogni incrostazione di tipo psicologico e culturale per attingerne al fondo la sua essenza ideale. Husserl, precisa Masullo, è a questo riguardo un platonico. La verità è già data. Per Husserl si tratta semplicemente di scoprirla.   In questa direzione Husserl era stato condotto dai suoi due maestri, Brentano e Stumpf. Di Brentano aveva sviluppato il concetto della intenzionalità della coscienza per cui «in ogni atto di coscienza vi è un orientamento verso una oggettività che fa della coscienza un continuo trascendere, cioè superare se stessa, superare la propria immediatezza psichica per aprirsi ad una struttura del mondo». Dunque ciò che interessava Husserl era non il mondo come insieme di oggetti, fatti, eventi irrelati ed esistenti indipendentemente dal soggetto conoscente, ma la struttura del mondo, l’intero costituito dalla relazione uomo-mondo.     A questo riguardo bisogna considerare le ricerche di Stumpf sulle strutture della percezione, si tratta di studi relativi non alle «connessioni che derivano da processi naturali o logici, ma connessioni comunque a-priori, intrinseche all’esperienza stessa […] radicate nella nostra potenzialità percettiva portatrice di proprie leggi che impone alla coscienza»     (A. Masullo, Edmund Husserl, intervista per l’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, 1992). Quindi attenzione per la soggettività, e il rigore del metodo di indagine sono tra i principali meriti che Masullo attribuisce ad Husserl.     Ciò che ha impedito ad Husserl di realizzare il suo progetto è stato il corto circuito generato dalla inconciliabilità della tesi della intenzionalità della coscienza – la quale cioè è sempre «coscienza di un che» ossia coscienza rivolta ad un oggetto che fa da contenuto e non è mai vuota coscienza – rispetto alla ricerca delle essenze della coscienza nella loro purezza.  

Husserl fa riferimento ad una coscienza statica, o comunque ad una coscienza considerata per il suo valore meramente cognitivo, una inerte dimensione in cui si presentano, strutturano, elaborano significati. Il punto di rottura di Masullo sta proprio nel cercare di cogliere le radici extracoscienziali della coscienza, la sua matrice biologica, distinguendo la «coscienza-senso» dalla «coscienza-del-senso», oppure, in altri termini, il «senso» dal «significato». Quindi la coscienza viene intesa non solo nel senso idealistico meramente logico, ma nel senso psico-biologico dell’ «esser coscienti», dell’essere affettivamente coinvolti nelle vicende del mondo, nell’essere interessati alla vita. Questa distinzione è il «grimaldello» attraverso il quale Masullo rinnova la fenomenologia in fenomenopatia.    Nel passaggio dall’indagine sui significati a quella sui sensi, dal teoreticismo alla «patosofia», dalla fenomenologia come scienza rigorosa alla fenomenopatia come ricerca e autoesplorazione, si aprono le tante linee di sviluppo della fenomenologia husserliana nel pensiero di Masullo. La continuità di questa ricerca passa, da Husserl a Masullo, per la tematizzazione dei vissuti, per la centralità della questione del tempo, per l’esplorazione della coscienza e la genealogia, per la trasformazione del concetto di intenzione in quello di intenzionalità e, con Heidegger, in quello di cura.

Questi sono i campi di ricerca aperti dalla fenomenologia che Masullo va a percorrere.     Masullo abbiamo detto ha scritto di Husserl in diverse occasioni nel corso della sua ricerca. Di volta in volta sono stati considerati aspetti differenti dell’opera del filosofo tedesco in relazione alle occasioni in cui Masullo si trovava a scrivere e agli sviluppi della sua ricerca.    Già in Struttura, soggetto, prassi, quindi nel 1962, Masullo aveva indicato i contributi e i limiti della psicologia e della logica fenomenologica husserliana nel «permettere alla filosofia un più efficace approccio al concreto soggetto della realtà, all’uomo operante.     Masullo, ricordiamo, era animato da un interesse di carattere epistemologico che però lascia presto il posto ad un interesse invece di carattere etico-antropologico a partire già dal testo pubblicato nel 1963 Lezioni sull’intersoggettività. Fichte e Husserl, il cui saggio dedicato ad Husserl viene poi ampliato e pubblicato nel 1965 nel testo, voluminoso e importante, La comunità come fondamento. Fichte, Husserl, Sartre, con il titolo La fondazione «intenzionale» della comunità inter-soggettiva nel pensiero di E. Husserl.      Nel 1985 Masullo scrive un saggio intitolato Fenomenologia e nichilismo: la ragione come ascesi e la razionalizzazione come tecnica nel quale considera le riflessioni condotte da Husserl in La crisi delle scienze europee (postumo 1954) sulla filosofia come «professione» specialistica. Husserl si confronta con le analoghe riflessioni condotte da Max Weber. In Weber la filosofia come professione specialistica perde la sua carica universalizzante e apre la strada al pericolo del nichilismo e del relativismo. Per Nietzsche l’intelligente auto-inganno della ragione, la quale inconsapevolmente conferisce senso ad un mondo che altrimenti ne è privo;   ma il mondo  è di per sé portatore di senso e questo svelamento razionale  non è più possibile quando nasce la consapevolezza di questo vitale inganno.  Anche Husserl è cosciente che la ragione non scopre significati-sensi (il sogno è finito!)  eppure in lui continua ad agire potentemente il richiamo etico della filosofia  tascendentale kantiana e fichtiana, cioè l’idea del conferimento di significati-sensi come compito, dovere o  progetto. Questa condizione della ragione non è dunque una condizione negativa e difettiva. La ragione continuamente conferendo significati-sensi, interpretando i propri prodotti, sforzandosi di comprendere se stessa, rinnova la cultura, cioè le forme della ragione ormai stabilizzate, e le impedisce di naturalizzarsi. La filosofia quindi in Husserl è una «specializzazione professionale» capace di svolgere comunque una funzione universalizzante e salvifica.  

 (2011 - giugno )  Serena Maria Finzi  

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