venerdì 17 novembre 2017   ::  
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Ariosto denunciò: sono troppi i poeti che svendono il tempo

 

L’autore dell’«Orlando furioso» mette in guardia in un passaggio dell’opera i potenti dagli avidi versificatori. Perché la menzogna non regala l’eternità

POESIA E IMMORTALITÀ

E Ariosto denunciò: sono troppi i poeti che svendono il tempo

L’autore dell’«Orlando furioso» mette in guardia in un passaggio dell’opera i potenti dagli avidi versificatori. Perché la menzogna non regala l’eternità

In che maniera la letteratura può vincere la forza distruttrice del tempo? E in cambio di quale ricompensa lo scrittore immortala i signori e gli eroi protagonisti delle sue opere?

Alla funzione eternatrice della poesia e della prosa sono state dedicate nel corso dei secoli straordinarie riflessioni e versi memorabili. Nei celebri esametri finali delle Metamorfosi di Ovidio («E ormai ho compiuto un’opera che né l’ira di Giove, né il fuoco, né il ferro, né il tempo che tutto rode potranno cancellare») o nei famosi endecasillabi Dei sepolcri di Foscolo («e quando / il tempo con sue fredde ale vi spazza / fin le rovine / l’armonia / vince di mille secoli il silenzio») ritorna con insistenza la convinzione che le grandi opere possano resistere alla furia dissolutrice di Crono.

Del resto, in forme e in maniere diverse, il tema del tempo - senza contare le straordinarie rappresentazioni nel campo della pittura e delle arti in generale - è stato sempre utilizzato non solo dai letterati ma anche dagli stessi editori nelle loro marche tipografiche. Si pensi a due grandi veneziani del Rinascimento: Aldo Manuzio, inventore del primo tascabile, che utilizza il motto «festina lente» («affrettati lentamente») accompagnato da un’ancora e da un delfino e Francesco Marcolini che raffigura la «Verità flagellata dalla Menzogna e sostenuta dal Tempo» con il motto «Veritas filia temporis» («La verità figlia del tempo»).  Una bellissima allegoria del tempo è anche  contenuta nell’«Orlando furioso» di Ludovico Ariosto. Un’allegoria che serve all’autore soprattutto per spiegare come solo la grande poesia possa mantenere in vita i morti e come la letteratura sia stata per secoli al servizio di potenti che hanno corrotto gli scrittori con doni e denaro in cambio della propria immortalità.

Siamo nel canto XXXV e San Giovanni si aggira sulla luna con Astolfo per recuperare il senno perduto di Orlando. Qui l’evangelista rivela al paladino l’identità del vecchio («vecchio di faccia, e sì di membra snello / che d’ogni cervio è più veloce assai») che corre continuamente a scaricare in un fiume mucchi di piastre con incisi nomi di uomini deceduti, ormai destinati ad essere cancellati dalla memoria storica: «Degli altrui nomi egli si empía il mantello; / scemava il monte e non finiva mai: / e in quel fiume che Lete si noma, / scarcava, anzi perdea la ricca soma».

Si tratta del Tempo che, una volta finita la vita umana per decreto delle Parche, raccoglie le piastre coi nomi per disperderle nelle acque del Lete, il mitico fiume dell’oblio.  All’interno di questo contesto, San Giovanni mostra ad Astolfo una serie di uccelli rapaci (corvi, cornacchie e avvoltoi di ogni sorta) che si lanciano nel Lete per portare in salvo le piastre più preziose. Questi sono i falsi poeti e gli adulatori che vivono nelle corti facendo credere ai potenti, in cambio di favori, che i loro versi potranno vincere la furia distruttrice del tempo. Ma la loro insipienza dà solo l’illusione della salvezza: «portano in bocca qualche giorno il nome; / poi ne l’oblio lascian cader le some».

Agli avidi versificatori, l’Ariosto contrappone i rari cigni, i veri poeti in grado di consegnare al tempio dell’Immortalità le piastre dei grandi signori destinate all’oblio: «Oh bene accorti principi e discreti, / che seguite di Cesare l’esempio, / e gli scrittor vi fate amici, donde / non avete a temer di Lete l’onde!». L’esempio di Cesare Augusto e del suo mecenatismo, infatti, mostra come la poesia di Virgilio abbia potuto occultare le ingiuste proscrizioni inflitte a tanti cittadini romani («Non fu sì santo né benigno Augusto / come la tuba di Virgilio suona»), lasciando alla storia solo un ricordo sublime dell’imperatore. Così è accaduto, nel corso dei secoli, per tanti signori e per tanti eroi esaltati dalle penne degli scrittori in cambio di favori e di danaro: «ma i donati palazzi e le gran ville, / dai discendenti lor, gli ha fatto porre / in questi senza fin sublimi onori / da l’onorate man degli scrittori».  Il legame tra poesia e menzogna, attraverso la corruzione dei letterati, trova origine soprattutto nei testi fondatori della letteratura occidentale. La vittoria dei Greci e la fedeltà di Penelope, raccontate da Omero, non riflettono la verità della storia: «E se tu vuoi che ’l ver non ti sia ascoso, / tutta al contrario l’istoria converti: / che i Greci rotti, e che Troia vittrice, / e che Penelopea fu meretrice». Lo stesso San Giovanni confessa di aver lodato Cristo in cambio dell’immortalità («E sopra tutti gli altri io feci acquisto / che non mi può levar tempo ne morte: / e ben convenne al mio lodato Cristo / rendermi guidardon di sì gran sorte»).

Ma la grande poesia - come lo stesso «Orlando furioso» testimonia - è anche portatrice di verità. La struttura encomiastica del poema e gli elogi degli Este, infatti, vengono neutralizzati all’abile ironia dell’Ariosto che, proprio attraverso l’allegoria del Tempo, riesce a denunciare il secolare rapporto tra letteratura e potere senza suscitare il sospetto dei mecenati e, soprattutto, mettendo sull’avviso i suoi più avveduti lettori.

Nuccio Ordine

/2012

 

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