venerdì 17 novembre 2017   ::  
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CONCETTO DI DONO E LO SCAMBIO ECONOMICO

(riflessioni sulla QUALITA' SPIRITUALE delle  RELAZIONI ed  EGEMONIA del  DENARO)

a cura  di  Luigino Bruni  

 

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(marzo/2014)

 


Per la tradizione anglosassone l'Homo aeconomicus nasce nel contesto della tradizione anglosassone è sempre stato  interpretato in maniera talvolta  promiscua e diversificata rispetto al modello attuale. Sostanzialmente sosterrò che la teoria economica, e dunque l'economia non solo come prassi, abbia una specifica responsabilità nella crisi che stiamo vivendo. In particolare la teoria economica è responsabile della crisi sui tre fronti dell'antropologia, del noi e della gratuità. La teoria economica è infatti responsabile di aver prodotto il concetto di antropologia che è  alla base di questa crisi (come in quella del 1929) . Sicuramente questa crisi è anche antropologica, per l'idea riduzionista di essere umano che la teoria economica incorpora; infatti il modello a cui fa riferimento la teoria economica non è l'uomo reale, ma l'homo aeconomicus che dell'uomo reale ha solo alcune caratteristiche.

1 - la prima operazione che la teoria economica compie, quindi è quella di non descrivere l'uomo per quello che è, come direbbe Macchiavelli ma, un uomo astratto.  Pertanto costruendo una scienza non sulla base dei comportamenti che si osservano tutti i giorni - ma nessuna scienza, nessun modello economico è in grado di catturare i comportamenti reali, perché il comportamento reale è sempre eccedente rispetto al modello - si finisce per raccontare di un essere umano che nel mondo reale non esiste. Per giungere ad un'approssimazione dell'uomo reale, è necessario dunque, mettere insieme più elementi e già questa rappresenta un'operazione di cui si potrebbe discutere a lungo.

2 - la seconda operazione compiuta dalla "scienza economica moderna è stata quella di costruire delle ipotesi con le quali identificare da una parte gli elementi del comportamento dell'uomo reale che sono compresi in tale modello e dall'altra quelli che invece restano esclusi. In  pratica, tali ipotesi servono a capire come sia fatto l'homo oeconomicus.  Siamo a fine Ottocento e l'ipotesi fondamentale che viene formulata per spiegare l'uomo  oggetto del modello, idea da attribuire a Pareto (a sua volta influenzato da Mill) economista italiano del tempo è rappresentata dall'interesse personale. L'uomo reale dunque, non è l'homo oeconomicus.  Egli rappresenta soltanto un "pezzo" dell'uomo reale  che da un punto di vista antropologico è caratterizzato dalla ricerca dell'interesse personale. Gli esseri umani "reali" invece possono fare tante altre cose: innamorarsi, essere romantici, amare la propria famiglia e la patria ma, quando si recano al mercato, probabilmente l'interesse personale spiega meglio il loro comportamento rispetto al romanticismo o all'amore per la bellezza. L'aspetto di tipo metodologico al quale ho già fatto cenno, è figlio della tradizione positivista applicata alle scienze sociali grazie a John Stuart Mill, si muove dalla convinzione di poter capire il mondo scomponendolo in due parti ossia l'analisi e la sintesi.  Oltre all'idea di poter spiegare il comportamento dell'uomo affidandosi all'ipotesi che l'homo oeconomicus agisca solo in virtù della ricerca dell'interesse personale, l'altro esempio di riduzionismo antropologico è rappresentato dall'idea che la costruzione di un modello di essere umano alla ricerca dell'interesse personale, consenta anche di disporre di una buona teoria che spieghi come raggiungere l'interesse pubblico ed il bene comune.

Dunque, per costruire il bene comune (anche in senso filosofico, quindi bene con la B maiuscola di  San Tommaso e , non solo ai beni comuni da intendere come "commons", non è necessario l'altruismo poichè è sufficiente l'interesse personale.  Si tratta di una tesi molto forte.  Su di essa si fonda la modernità in economia, soprattutto nelle scienze sociali, per costruire una buona città non si ha bisogno  di "persone buone" ma di "persone auto-interessate" che perseguono i propri interessi in modo prudente.

Doveroso è al riguardo Adam Smith che introduce quest'idea affermando, appunto che per costruire la ricchezza delle nazioni bastino delle persone auto-interessate in modo prudente. E' interessante notare come Adam Smith usi proprio l'espressione wealth of nations,  con il termine wealth che rimanda a wellbeing e welfare; con questi termini Smith sottintende  l'idea che le ricchezze delle nazioni siano anche   ricchezze sociali.

Prima di Adam Smith nel mondo dominava l'idea della ricchezza intesa come vizio privato e pubblico; l'avarizia, cioè il volersi arricchire, il possedere di più in termini materiali, era considerato un vizio privato ed al contempo un vizio pubblico, dal momento che si riteneva  che l'essere ricchi servisse a ben poco alla città.  L'atteggiamento verso l'interesse personale aveva cominciato a cambiare con la nascita dei mercati, quando si iniziò a parlare di interesse personale, economico. A guardare il cambiamento verso  una nuova e più moderna concezione dell'interesse personale furono i Francescani che cominciarono a sgombrare il campo dalla concezione di ricchezza intesa come un vizio privato. Per i Francescani, grazie all'introduzione dei mercati, la ricerca della ricchezza personale rimane vizio privato  ma può diventare anche virtù pubblica per gli effetti che produce, a livello di movimento sociale, un "indotto" (come diremmo oggi).

Con Smith questa concezione della ricerca dell'interesse personale, subisce un'ulteriore evoluzione; la ricerca dell'interesse personale non è più neanche un vizio privato ma, rappresenta solo una virtù, la virtù del self command, ossia la virtù della temperanza, della prudenza. Questo meccanismo del bene comune come naturale conseguenza della ricerca dell'interesse personale, ha funzionato finchè siamo rimasti nell'ambito dei beni privati ma oggi, con la gestione dei beni comuni, non funziona più. Finchè si ha a che fare con beni semplici quali scarpe, panini, giacche, la casa individuale. se ognuno persegue i propri interessi, forse quel mondo teorizzato da Smith  funziona senza l'intervento di persone altruiste. Se invece entriamo nell'area dei beni comuni, come terra, aria, acqua, energia, non è più detto che l'atteggiamento di ricerca del proprio interesse produca anche il bene comune, si manifestano le così dette tragedies of commons, distruggiamo i beni comuni pur senza essere cattivi. E' ovvio che in una economia così immaginata dalla teoria economica, il noi quale relazione sussistente - come direbbero i filosofi - il noi, quale categoria di appartenenza a un'entità che non è più semplicemente una somma di individui, non esiste più. L'idea che possa esister un noi, una realtà che trascenda e sia distinta dai singoli individui, ma che allo steso tempo sia ad essi legato, entra profondamente in crisi con la modernità.

Gli economisti come Adam Smith reagiscono infatti all'idea di un noi che spesso è illiberale, perché ineguale e  gerarchico, quasi sacrale un "noi" che impedisce di poter scegliere i nostri rapporti sociali perché questi "noi" erano assegnati dagli status non scelti; nelle parole di Giovanni Verga per esempio si dice   "Gli uomini sono  fatti come le dita della mano; il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo...." (tratto da  i Malavoglia edizioni Einaudi- 1985,4). 

L'economia moderna nasce dunque avversando o contraddicendo un "noi" che ritiene superfluo e pericoloso, vestigia del fondamentalismo;  un'entità collettiva non serve per spiegare il mondo; basta affidarsi ad un modello costruito sull'ipotesi centrale di individui auto-interessati, razionali che cercano bene e con prudenza i propri interessi. E' avversando l'idea del noi, la teoria economica moderna, finisce per non vedere i rapporti interpersonali e neppure quelli di relazione reciproca. In questa eclisse del "noi" un ruolo importante l'ha svolto la teoria sociologica dell'Otto e Novecento (ex: Comte, Marx ..) una teoria sociologica che proponeva una visione olistica della società in cui  per l'affermazione sociale, si sostituiva il "noi" con gli "io". L'individualismo crescente dell'economia moderna è stata anche una contro reazione a queste teorie sociali. Come conseguenza per oltre duecento anni la teoria economica ha ignorato il fatto che i rapporti interpersonali sono dei beni economici, considerandoli semplicemente come strumento per avere merci, er ottenere servizi ma, mai come un bene economico, che ha un suo valore per le persone, nel lavoro, negli scambi...il primo paper importante avente come oggetto i beni razionali è della fine degli anni Ottanta del XX secolo; per circa duecentocinquanta anni la dimensione interpersonale dell'economia è stata completamente ignorata, nella convinzione che l'interesse personale fosse sufficiente anche per spiegare l'interesse pubblico, prodotto dalla "mano invisibile" come effetto non intenzionale del comportamento individuale. In tutto questo periodo abbiamo considerato l'homo oeconomicus come un soggetto solipsistico se non autistico, le cui relazioni sono solo strumentali.  L'altra operazione che la teoria economica ha compiuto sul concetto di gratuità è stata quella di affermare che la gratuità produce dei danni quando entra nell'economia, non essendo quello il suo ambito. Si è portati sempre a chiedersi cosa si nasconda sotto l'introduzione di atteggiamenti di gratuità all'interno dell'impresa. Smith stesso a questo proposito sosteneva di non avere mai visto fare qualcosa di buono, ma solo danni, seppur non  intenzionali a chi intendeva trafficare con il bene comune.

3 - Si arriva così alla conclusione che chi opera per il bene  all'interno dll'economia normalmente crea dei danni e questo  quali conseguenze porta con se? nel rispondere a questa domanda si arriva ad individuare la terza operazione che la teoria economica ha compiuto  in riferimento al concetto di "gratuità". le due operazioni precedenti, infatti, hanno ridotto la gratuità al gratis. Hanno preso un concetto fondativo dell'Occidente, quello della gratuità, come charis, valore intrinseco delle cose, uso non strumentale delle persone e delle cose, che incorpora i valori di rispetto e di accoglienza, dopo aver isolato questo concetto e averlo messo al di fuori della sfera pubblica, l'hanno trasformato  nel concetto di gratis. inteso come ciò che non è pagato, non ha prezzo e per cui si desume che il suo valore equivalga a zero.  La gratuità invece anche per San Francesco era il prezzo infinito;  ossia un prezzo che non ha prezzo perchè si riteneva che un atto di amore non si potesse pagare, avendo un valore non calcolabile ossia infinito: solo il dono e non il denaro poteva rispondere ad un altro dono. E' per questo che sostengo l'importanza di riportare la gratuità nelle piazze, nei  parlamenti, all'interno delle banche, perchè se la confiniamo al di fuori di questi contesti si finisce coll'affidarla ai professionisti delle gratuità che ne diventano anche i suoi monopolisti. La gratuità invece è  dimensione essenziale dell'umano.

 

Luigino Bruni

(in occasione incontro Milano - Homo Spirituale e Homo Oeconomicus Facoltà Teologica Italia Settentrionle 17 gennaio 2013)

 

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