venerdì 22 novembre 2019   ::  
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ARMANDO ALCIATO - appunti per una letteratura di fine secolo:

la realtà dell'irreale in  FUGA D'ATTIMI  autore Armando Alciato

 (Il Portone/Letteraria. Pisa 1998. Pp. 70)


                                            PARDINI FOTO.jpg     note critiche:  Prof. Nazario Pardini 


Da una prima lettura risalta subito con chiarezza la voglia impellente del Nostro di parlare di sé, di raccontarsi nella sua complessa e longeva vicissitudine esistenziale, impreziosita, si fa per dire, da ricami di drammi propri del nostro secolo che a lui portano linfa, decoro e poesia.

Questa Opera è il risultato di lavori scritti negli anni 1993-97 e qui raccolti in due sottotitoli : Fuga di attimi (titolo esteso alla Silloge) che, più nutrito, risulta composto di 36 liriche di ispirazione più familiare ed intimistica. E Il teatro dei luoghi e il Numinoso di 21 liriche, che come sottolinea l’autore stesso, risulta essere il palcoscenico dei paesaggi  o, se si vuole, il panorama speculare all’anima di Alciato riflesso nelle date  e nelle precisazioni geografiche volte a rimarcare gli attimi della sua esistenza. Lo specchio che puntuale riflette  diacronicamente i momenti del suo passare. E non possiamo soprassedere sui fatti della vita del Nostro che, più ri-marcatamente che in altri, costituiscono elemento essenziale per introdurci nella sua lettura (chiamata alle armi nel ‘40, campagna di Tunisia fino alla resa 11/5/43, prigionia sotto i francesi per 3 anni nel campo di Saida, Algeria). Il titolo generale viene ripreso da una lirica del ‘96 che fa risaltare, nel suo contenuto, quello che poi sarà il motivo conduttore ed il pensiero amalgamante di tutta la raccolta: “Il tempo è il metro d’insieme/della nostra certa sparizione”. La coscienza dell’attimo e al contempo dell’attimo che fu “… per S. Agostino, con la consumazione del futuro, tutto si fa passato”. Tema che naturalmente riprenderemo e approfondiremo nella nostra dissertazione, cercando di supportarlo con una teoria critica. Chiara in Alciato la voglia anche di aggrapparsi a qualcosa che debba durare “... mi viene la speranza che possa resistere un filo di memoria...”; “... perché il ricordo di me perduri oltre la vita...”. Direi quasi una necessità quella che l’autore sente, un respiro fortemente foscoliano, quello di crearsi una dolce illusione: una  “corrispondenza di amorosi sensi”  tra il terreno e il post-terreno. D’altronde è stato è e resterà sempre uno dei motivi principali della letteratura la necessità intima di proiettarci in una dimensione che superi sia le delimitazioni geografiche che quelle temporali. In Alciato si traduce nella metafora del “volo della rondine avida di cielo” ed è il bisogno dell’indeterminato, dell’infinito, di una libertà dai contenuti non ben delineati, del superamento dei vincoli entro cui la stessa vita assume spesso il senso di “soggiorno dagli spazi ristretti” (dal titolo di un mio inedito).

L’Alfieri concretizzava questo sentimento (nell’opera La Vita) nella visione delle distese innevate  dei paesaggi nordici, e pensare che si era riproposto di girare l’Europa alla ricerca di esemplificazioni di libertà politiche. Ma niente lo aveva appagato. Il Foscolo lo concretizzava nel suo “bagno di storia” o nella concezione di un’arte con funzione eternatrice (Omero).

Il Leopardi nel tentativo di fuga da se stesso prima nel regno dei classici, poi nella ricerca affannata e inutile della gloria (Lettera al padre), e infine nel suo “dolce naufragare”. E si potrebbe continuare non trascurando certamente Montale o prima di lui i grandi della letteratura francese. D’altronde in un tentativo di stendere (cosa su cui sto lavorando) degli appunti per una letteratura di fine secolo, molti autori risultano assimilabili, pur mantenendo ognuno la propria individualità, in un contesto letterario di più ampio respiro e sotto molti aspetti originale. Parlerei proprio di corrente letteraria con la definizione di Neo-decadentismo,  per diverse ragioni.

Dopo tutti gli “ismi” della prima metà, e almeno dal Neorealismo in poi, si sono succeduti un’infinità di sperimentalismi di avanguardie che hanno poggiato la loro attenzione principalmente sulla forma, il linguaggio (Gruppo 63), Guglielmi nel volume Avanguardie e sperimentalismi fino a giungere al paradosso dell’Apologia dell’illeggibile di E. Sanguineti: “… non esiste originalità... che possa essere garantita da altro che dal linguaggio”. Ma già A. Plebe nel suo Discorso semiserio denunciava, sia esteticamente che sociologicamente, l’assurdità a cui andavano incontro queste esagerazioni.  Ma per ritornare a noi e al nostro Alciato possiamo ben dire che il discorso cambia non solo per lui, ma per molti altri autori che ho avuto la possibilità di leggere e quindi d’inquadrare in una panoramica ben più ampia d’incastonatura letteraria  di questi ultimi anni del XX. Autori che assieme ad Alciato hanno in comune molte caratteristiche sia per forma che per contenuto e che io farei rientrare in questa corrente di Neo-decadentismo o Realismo dell’irreale.

Le caratteristiche, se le vogliamo elencare, ci portano in buona parte a quelle del Decadentismo francese, o da noi pascoliano senza timore di essere retrivi. Con questi lineamenti si superano certamente le ultime avanguardie, si ridà autonomia al contenuto e si tende a ricreare un giusto equilibrio tra scheletro ed anima, tra quadro e cornice, tra la compostezza e la simmetria di un orto ben tenuto e la ricchezza delle sementi disposte a germinare buoni raccolti da poter essere contenuti nell’area dell’orto stesso. Per essere più chiari si tratta di riabilitare il binomio forma-contenuto che spesso ultimamente è stato trascurato.

Come lo è stato in molti momenti della letteratura ed è allora che siamo caduti nel pedantesco o nella non arte. Nei classici con l’esasperazione delle regole, nei romantici che, dopo aver reagito a schemi prestabiliti e avere inventato  la libertà espressiva, vi sono caduti ruzzando con artifizi quando il movimento aveva perso la sua linfa vitale (Prati e Aleardi). E potremmo venire avanti fino a noi. Ma chi è che ci può contraddire se diciamo che la nostra tendenza di fine secolo ha dei decadenti la ricerca della musicalità, del senso del mistero o dell’indefinito da contrapporre all’abbuffata del razionale e dell’ergonomia che ha fatto incetta in ogni campo togliendo spazi alla fantasia, al sentimento e al senso del gusto estetico. Non è forse il giuoco dei corsi e ricorsi?  Non è forse la stessa reazione che determinò il positivismo per la sua spavalderia di risolvere ogni cosa con la ragione? Ed è cambiato anche il rapporto con la natura in vista di una riabilitazione dell’uomo come essere facente parte di un insieme indissolubile. Direi quasi una rinascita di una visione tolstoiana della natura come madre contro lo sfruttamento che ne è stato fatto da parte dell’uomo razionale cosiddetto economico. Per non parlare poi dell’utilizzo quasi leopardiano della natura vista come serbatoio di metafore e allegorie a cui ricorrere incessantemente come mezzo di espressione simbolica sempre più ora di moda. Quindi senso del mistero, irrazionalità  da contrapporre alla razionalità, ricerca del musicale anche nella forma cosiddetta libera, linguaggio simbolico (natura parlante), slancio verso l’irreale, l’indeterminato.  La continuità è insita invece prima nella ricerca di una forma che ha ereditato tutte le esperienze di un secolo, poi nella maturazione dei contenuti (il reale dell’irreale) che porta appunto sia il nostro che molti altri  a trattare l’irreale con una convinzione tale da renderlo necessario, credibile, insostituibile, àncora di salvezza per l’imperfetta perfezione degli uomini. I decadenti erano naufragati di fronte all’incapacità di crearsi una fede ed erano affogati nelle acque dei paradisi artificiali.

D’altronde l’autore sente chiaramente,  assalito dal dubbio sull’imperscrutabile, soprattutto nel confronto arduo con i grandi della contemplazione (basti citare S. Teresa), il pericolo del nulla. Da questo senso di vuoto cercherà di sottrarsi dando corpo di vigorezza a quell’irreale (memoria, sogno, poesia, speranza di varcare i limiti) che tende a farsi materia, sostanza, realtà, alcova, piacere anche: “Ma per me che mi estenuo nel dubbio/ l’evasione dalla gabbia dell’io/ è passaggio breve e transitorio/ sfociante solo in vertigine del nulla”; “... un’emozione può ripresentarsi/ nel ricordare filtrati quegli eventi/ favolosi che nel passato/ felicità ci hanno dato”.

E Alciato sa con Epicuro che la vita è attimo fugace con tutti i suoi dubbi esistenziali, ma con questo non rinuncia alla ricerca della consistenza dell’effimero. Anche la natura dei suoi paesaggi assume questo compito indagatore quando la ragione che guasta, metaforizzata nella fila delle macchine della modernità, contrasta con il panorama purificatore, simbolo di un’anima che potrebbe raggiungere la felicità “... l’incontro di questo giorno/ potrebbe essere senza ombre”. Ed è la memoria l’alcova della serenità, la consistenza dell’irreale, riferendosi agli amici “... ricordarli in malinconica allegria/ mi aiuta a ripercorrere il passato.../ e ad affrontare serenamente/ il ridotto futuro che mi resta”. Momenti di alta poesia, dove il senso del contingente e dell’attimo che fugge nel nulla  sembra perdersi nella voglia di vivere la memoria nella sua funzione catartica di arte rasserenatrice.

La bellezza suprema di un notturno stellato sembra avere il potere persino di farlo volare verso la percezione di una contemplazione mistica “... credere possibile la presenza/ di un misterioso Creatore…” ed ancora “... ed obliate le quotidiane asperità/ per breve momento fummo percorsi/ dal raro brivido dell’eternità” per ricadere poi nei paurosi dubbi verso i quali è indispensabile per Alciato il ritorno alla memoria “… esiste l’anima/ o anch’essa non è che illusione?”; “… temo di dover ritornare al nulla/ senza essere toccato/ dalla  salvifica luce del divino”. E l’irreale riemerge e si concretizza come ancora di salvezza “... a salvarmi da quel cupo vento/.../ fu l’insperato dono di pane e di cibarie/ recatomi  da vecchi miei soldati a El Fahs imprevedibilmente ritrovati”. E ancora in La luce ineffabile  del Sacro: “… fra me e lei  c’è sempre un mare/ ed ancora non ho trovato la nave/ che mi aiuti a colmare la distanza”.

Alciato conosce bene l’importanza della memoria, il rifugio indispensabile per colmare, o in parte, le incertezze “La quiete dopo la tempesta”, la fuga dalla coscienza dell’io a volte devastante, la necessità di mantenere concreto l’in-concreto: “... più del declino fisico mi spaventa/ la calata del buio della mente/.../ se questo dovesse essere il mio destino/ preferirei sparire prima”. Ciò che basta è: “mamma// mi basta però sinché avrò vita/ portarti nel cuore e nella mente” per Alciato la consistenza della memoria e la speranza della sua durata oltre. E ancora a conferma: “// il breve incanto della felicità/ è solo immaginario parto d’astrazione/ e non trova spazio nella realtà” e noi aggiungiamo, per l’autore, nella speranza di una concretizzazione  dell’irreale. In Alciato e  nei nostri poeti di fine secolo c’è la volontà post industriale di riabilitare l’uomo ed i suoi valori a livello prammatico e a livello teorico, l’invenzione di una  irrealtà che diviene realtà vissuta e esteticamente credibile e valida per la quale vale la pena vivere la vita in tutta la sua intensità. Alciato vive cosciente  e angosciato “su rovine fra colli di valori infranti” riprova di quello che dicevamo sulla crisi della ragione e tutto ciò che comporta “tragica incertezza del domani”.

Ma poi raggiunge “un barlume di salvezza”,  “un’insperata voglia di azione”. Ed è senz’altro quella voglia  di superare il particolare, il contingente verso quegli spazi di ampiezza che diventano la realtà dell’irreale. Ed i ricordi stessi nella poesia della memoria costituiscono un mondo a sé, non sono attimi morti, sono fisicamente presenti come una irrealtà reale e nuova, perché sedimentata  e rivissuta, in cui l’autore rigenera se stesso: “… se mi venisse  meno il fuoco vitale dei ricordi mi sentirei come un vecchio tronco privo di rami e di radici”.      

Linguaggio pulito, moderno, chiaro, preciso, lessicalmente puntuale adatto e adattabile quello di Alciato. E come abbiamo già detto, anche trattandosi di forma, l’autore si inquadra in un contesto di simbiosi tra scheletro ed anima. I grandi contenuti esistenziali, umani, semplici e più complessi: “l’esistenza, la morte, la vita, la vecchiaia, la memoria, la gioia, l’effimero, il tempo, la tristezza, gli attimi”. Emblematico il titolo, ogni attimo è una vita di per sé e quante vite se ne vanno in questa fuga di attimi. Cosa resta? Il ricordo dell’attimo. Un crogiolo di inconsistenze che divengono consistenza reale, realtà necessaria, altare della vita, sembrano confluire nella necessità del possibile. Mai si scade in sentimentalismi beceri, la forma moderna e non soggetta a sottostare a schemi vincolanti né a simmetrie metriche precise, riesce con la sua pacatezza equilibrata ad arginare e a contenere i grandi temi senza orpelli o insistenze retoriche. E quello che prevale alla fine  è sempre la voglia di perpetrare se stesso al di là della brevità e della contingenza. Prima realtà cruda, ora memoria esteticamente bella, meritata nella sofferenza e già arte nel ricordo, poi la realtà della perpetrazione di se stesso nelle forze giovani.

Oltre il tempo “e poi mi piacerebbe durare in voi dopoché vi avrò lasciate”. Alciato sembra sapere che la poesia ha questa grande possibilità di vivere in eterno.

Nazario Pardini


 

ARMANDO ALCIATO

note biografiche:

Armando Alciato, è nato a Strambino, in provincia di Torino, da famiglia biellese, nel 1920.

Dopo essersi diplomato presso l’Istituto Tecnico "Mossotti" di Novara, chiamato alle armi nel 1940, partecipò alla campagna di Tunisia nel 92° Reggimento di Fanteria della Divisione Superga sino alla resa (11/5/1953) e restò prigioniero dei francesi per tre anni nel campo di Saïda in Algeria.

Attualmente risiede a Borgosesia. A partire dal 1989 i suoi scritti, editi ed inediti, hanno raccolto ampi consensi e conseguito numerosi premi (oltre 70 tra primi, secondi e terzi premi).

Conclusa una brillante carriera dirigenziale ed imprenditoriale, ha pubblicato vari volumi fra cui: in prosa "Memorie di un prigioniero", La Ginestra, Firenze 1987; "Gioventù stellette e dolori", Valsesia Editrice, Borgosesia 1991.

In poesia "Voci e Memorie" (poesie 1946/1988), Seledizioni, Bologna 1989; "Geografie dell’anima" (poesie 1988-1993), Gabrieli Editore, Roma 1993.

Nell’ottobre 2000, a cura dell’editore Gabrieli di Roma, è uscito un volumetto di saggistica dal titolo "Note sulle braci di S. Màrai Fahrenheit 451" di R. Bradbury. In marzo ‘98 è uscita nella collana de "Il portone letteraria" Offsetgrafica, Pisa, la raccolta di poesie (1993-1997) "Fuga d’attimi" e nel gennaio ‘97 e settembre ‘99 i volumi di saggistica "Appunti di lettura" e "Dentro i libri".

Nel gennaio 2002, per i tipi di Nicola Calabria editore, Patti (Me), è uscita la raccolta di poesie (1998/2001) "Il vuoto delle forme" e nel settembre 2003 "Dentro i libri 2", da Gabriele, Roma "La giovinezza a Parigi di E. Hemingway" e "Fromm fa il punto su Freud".    


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