martedì 24 ottobre 2017   ::  
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Matteo Meschiari: nati dalle colline

&  la teoria del paesaggio mentale

                                                                      by Maurizio Corrado

 

Qualche tempo fa organizzando un incontro su “Simboli e riti delle piante e del costruito”, mi ero messo a cercare nella zona della psicologia, convinto che lì si potessero trovare persone che su quel tema avevano lavorato. Trovai Andreé Bella, una giovane e brillante psicologa milanese che ascoltandomi m’indicò il lavoro di Matteo Meschiari. Diceva che l’ipotesi della mia relazione era molto simile a quella che lui andava spiegando da tempo nelle discipline di sua competenza, etnologia e antropologia.  

A breve, avevo fra le mani “Nati dalle colline”, (Matteo Meschiari, Nati dalle colline, Liguori Editore, Napoli ) che subito alle prime battute mi confermò che non ero il solo a pensare certe cose, quali, avremo modo di parlarne un’altra volta, voglio puntare ora l’attenzione sulla Landscape Mind Theory che Meschiari sviluppa nei suoi lavori.

La tesi della Landscape Mind Theory, la teoria della mente paesaggistica è che il cervello umano è stato modellato sul paesaggio e dal paesaggio, siamo programmati per conoscere il paesaggio perché il paesaggio ci ha programmati per conoscerlo. In questa visione, “il paesaggio come forma simbolica è una modalità innata del pensiero, un intreccio di strutture cerebrali e cognitive modellatasi nell’arco di centinaia di migliaia di anni a partire dalle esperienze sensoriali di Ominidi e Homo Sapiens sapiens nei loro rispettivi ecosistemi.”

Meschiari spiega come “molte delle strutture cognitive umane si siano evolute per pensare le forme del territorio, ricevendone un’impronta indelebile e un savoir faire che interviene ancora oggi per risolvere problemi cognitivi di ogni tipo.”

Quando s’inizia a scendere nei dettagli si scopre che il sistema di caccia e raccolta con le sue modalità e caratteristiche, non è una strategia di sussistenza fra le tante, ma è la sola strategia di vita che ci ha guidato da quando siamo apparsi. Questo sistema ha plasmato corpo e cervello per sintonizzarlo al meglio con le forme del territorio e il comportamento degli animali. Uno dei sistemi più praticati è l’analogia fra le forme del paesaggio e quelle del corpo: “luoghi del corpo e corpo dei luoghi sono la matrice di un pensiero mitico universalmente diffuso, ma sono anche la prima e più immediata forma di pensiero analogico-analitico, una proto struttura che aiuta la mente a incamminarsi verso la complessità.” Il paesaggio sembra quindi aver fornito al linguaggio un modello strutturante secondo un itinerario inverso a quello che vuole che la parola sia culturalmente a monte della percezione dell’ambiente.

 

In breve, il nostro modo di essere, corpo e mente, si sarebbero strutturati sul modello del cacciatore-raccoglitore che abbiamo praticato per millenni prima di passare alla fase sedentaria tutt’ora in atto. Ipotesi familiare, era quanto andavo sostenendo in quella relazione, ma questa è un’altra storia…

 

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NATI DALLE COLLINE

EDIZIONI: LIGUORI  (Napoli)

 

dalla prefazione:

Secondo un mito urbano del tardo Occidente, l’uomo, tra tutti i paesaggi della Terra, preferirebbe le colline verdi. Questo perché le loro linee fresche e vagamente materne sarebbero inscritte nella memoria della specie dalla notte dei tempi, un miraggio che l’Africa di allora ci avrebbe regalato per sempre. Ma c’è qualcosa di vero nell’affabulazione attuale di una passione certamente antica? L’amore per il paesaggio è un’invenzione solo culturale o ha radici che rimontano all’evoluzione? Quanto ha contato l’ambiente delle origini nel processo di costruzione della mente? Basato su un’ampia documentazione etnografica e sulle nuove acquisizioni delle neuroscienze, questo saggio esplora il ruolo del paesaggio e dell’ecosistema nel modellare le strutture cognitive di Homo sapiens sapiens.

«Le nuvole erano branchi di animali immensi, che migravano e si sperdevano all’arrivo dei leoni bianchi. Le nuvole erano colline che indicavano un cammino. Ma ecco, scomparivano, o si alzavano nel cielo, abbandonando la terra alla sua piattezza. A volte i quasi-uomini si fermavano a guardarle. Dopo ore a fissare i piedi che marciavano, o le mani che scavavano e raccoglievano, alzare la fronte e vedere le nuvole era come sciogliere i muscoli, stendere le pieghe del muso, ricevere colori che altrimenti non si potevano toccare».

 


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