sabato 16 dicembre 2017   ::  
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FRANCESCO PETRARCA - IN APPUNTO




 

 

Francesco    Petrarca

(tratto da: Rime F.Petrarca - ed. BUR)

- Sonetto 63 -

Volgendo gli occhi al mio novo colore

che fa di morte rimembrar la gente,

pietà vi mosse, onde benignamente

salutando teneste in vita il core.

La fraile vita ch'ancor meco alberga,

fu de'begli occhi vostri aperto dono,

e de la voce angelica soave.

Da lor conosco l'esser ov'io sono,

che come suol pigro animal per verga,

così destaro in me l'anima grave.

Del mio cor,donna, l'una e l'altra chiave

avete in mano, e di ciò son contento,

presto di navigare a ciscun vento;

ch'ogni cose da voi m'e dolce onore.

 

- Sonetto 162 -

Lieti fiori e felici, e ben nate erbe

che madonna pensando premer sole;

pioggia ch'ascolti  sue dolci parole,

e del bel piede alcun vestigio serbe;

schietti arboscelli, e verdi frondi acerbe,

amorosette e pallide viole;

ombrose selve, ove percote il sole

che vi fa co' suoi raggi alte e superbe;

o soave contrada, o puro fiume

che bagni il suo bel viso e gli occhi chiari

e prendi qualità del vivo lume;

quanto v'invidio gli atti onesti e cari!

Non fia in voi scoglio omai che per costume

d'arder con la mia fiamma non impari.

 

Petrarca.jpg  
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Vita di Francesco Petrarca  (1304-1374)

Francesco Petrarca nacque ad Arezzo il 20 luglio 1304. Il padre ser Petracco, era un notaio fiorentino, esule per ragioni politiche. Nel 1334 ser Petracco si trasferì con la famiglia a Pisa e di là, nell'anno seguente, ad Avignone, dove il papa aveva da poco trasportato la sua sede e la sua corte. Per la difficoltà di trovare un alloggio ad Avignone, il piccolo Francesco con la madre Eletta Carigiani ed il fratello Gherardo furono sistemati nella vicina Carpentas; là nel 1312 il poeta cominciò lo studio della grammatica, della retorica e della dialettica col maestro Convenevole da Prato. Nel 1316 il padre lo mandò a studiare legge a Monpellier e poi dal 1320 al 1326 a Bologna; ma il poeta trascurò ben presto  gli studi giuridici per dedicarsi alla lettura dei classici. Tornato ad Avignone nel 1326, dopo la morte del padre, Francesco Petrarca frequentò per un certo periodo il mondo elegante e gaudente della città, dove era assai ricercato per il suo spirito e la sua intelligenza. Assai importante in questo periodo fu l'incontro del poeta con una gentildonna di nome Laura nella chiesa di Santa Chiara, il 6 aprile 1327.  I tentativi di dare un'identità precisa a Laura sono stati finora vani, e il poeta stesso ci dà di lei un'immagine vaga; è sufficiente quindi ritenere che l'amore per Laura fu un episodio reale nella vita del Petrarca.

Frattanto il poeta abbracciò lo stato ecclesiastico (soltanto gli ordini minori) probabilmente con l'intento di procurarsi un'esistenza onorevole e tranquilla. Nello stesso tempo si dedicò attivamente allo stduio, in primo luogo alle letture dei classici, soprattutto Cicerone, Virgilio, Livio e i Padri della Chiesa, tralasciando gli scolastici che tanta parte avevano avuto nella formazione culturale di Dante.

Nel 1350 entrò in amicizia con la potente famiglia dei Colonna; trascorse l'estate ai piedi dei Pirenei con Giacomo, vescovo di Lombez, e tornato ad Avignone, si stabilì presso il cardinale Giovanni, come cappellano e familiare. Nel 1333 viaggiò nella Francia settentrionale, nelle Fiandre e nella Germania del Sud, spinto dalla sua naturale irrequietezza e dal desiderio di vedere cose nuove. Verso la fine del 1336 poté tornare in Italia e nei primi mesi del 1337 si recò a Roma. Tornato ad Avignone nell'agosto del 1337, dopo un lungo viaggio che sembra abbia toccato la Spagna e l'Inghilterra, si ritirò in Francia in una casetta a poche miglia dalla città, a Valchiusa, presso il Sorga.

La ricerca di solitudine di Petrarca nasceva soprattutto dal desiderio di potersi dedicare in pace agli studi che amava anche per  comporre opere che gli procurassero onori e soprattutto quell'ansia che lo teneva sempre più distante dalle cose mondane per dedicarsi alla meditazione della Bibbia e di Dio. Era  infatti incominciata nello spirito del poeta, quella crisi morale e religiosa, quel contrasto tra il terreno e il divino che tormentò per tutta la vita la sua anima senza trasformarsi mai  in una efficace volontà di conversione.

Nel settembre del 1340 gli fu offerta la corona poetica contemporaneamente da Parigi e da Roma. Egli scelse Roma e fu solennemente incoronato in Campidoglio l' 8 aprile 1341 per mano del senatore Orso dell'Aguillaia. Di ritorno da Roma si fermò a Parma ospite di Atto da Correggio e trascorse l'estate del 1341 a Selvapiana dove terminò la stesura dell'Affrica. Ritornò ad Avignone nella primavera dl 1342.  Nell'aprile del 1343, dopo una lunga crisi, il fratello Gherardo si fece monaco, ciò riacutizzò la crisi morale del Petrarca, conscio della propria debolezza e della propria incapacità di dare una soluzione definitiva alle proprie agitazioni verso l'Eterno; a testimonianza di tale crisi ci restano Psalmi poenitentiales e il Secretum.

Nel settembre del 1343 il poeta rientrò in Italia e precisamente a Napoli presso Giovanna I, come ambasciatore del papa Clemente VI; si recò poi a Parma , a Modena, a Bologna e a Verona. Ritornò in Provenza nel 1345 e vi rimase due anni trascorrendo la maggior parte del tempo in Valchiusa. Nel novembre 1347 ripartì per Roma, avuta notizia del tentativo del tribuno Cola di Rienzo. Ma informato a Genova della piega che stavano prendendo gli avvenimenti, mutò l'indirizzo del suo viaggio. Si recò dapprima a Parma, poi viaggiò a lungo sostando a Verona, Ferrara, Padova, Mantova. Nel maggio 1348, a Parma lo raggiunse la notizia della morte di Laura.  Anche il suo protettore il Cardinale Colonna,  morì durante la peste che infierì in quegli anni in tutta l'Europa. Nell'autunno 1350 il Petrarca si recò a Roma per il giubileo e all'andata si fermò a Firenze. Lo troviamo di nuovo ad Avignone nel 1351 ma non vi rimase a lungo. Nella primavera del 1353 rientrò in Italia e l'abbandonò poi solo raramente.

L'arcivescovo Giovanni Visconti, signore di Milano, lo persuase con mille insistenze e promesse a rimanere presso i Visconti. Vi rimase dal 1353 al 1361, talvolta fungendo da segretario e oratore, talvolta inviato in ambascerie (nel 1351 a Venezia, nel 1356 a Praga presso l'imperator Carlo IV, nel 1361 a Parigi  presso il re Giovanni di Francia) ma era soprattutto considerato come un ospite illustre che con la sua presenza accresceva il prestigio della corte di Milano. Gli rimaneva così  moltissimo tempo a disposizione per attendere ai suoi scritti. Dopo aver lasciato Milano per fuggire la peste che si andava diffondendo nella pianura padana, si recò a Padova dove gli giunse la notizia della morte del figlio Giovanni, e nel 1362 si sposò a Venezia. In questa città lo raggiunse nell'estate dl 1563 il Boccaccio; più tardi egli invitava a viver con sé la figlia Francesca con il marito Franceschino da Brossano. Stimato ed onorato dagli uomini più importanti della repubblica, nel 1366 riceveva però da alcuni giovani filosofi averroisti  l'insulto di esser definito "buon uomo, anzi ottimo, ma illetterato ed affatto idiota" ai quali egli rispose con l'irruente invettiva De sua ipsius et multorum ignorantia. Amareggiato probabilmente dall'indifferenza con cui i veneziani avevano accolto l'avventato giudizio su di lui, il Petrarca si recò a Pavia e poi a Padova, ospite di Francesco da Carrara. Là trascorse gli ultimi  anni, con lunghi  soggiorni anche nella villetta di Arquà sui colli Euganei, dove morì il 19 luglio 1374.

 

Opere di Francesco Petrarca:

Le Epistole - di Francesco Petrarca, sono scritte in latino. Sono divise in varie raccolte:

Familiari, Senza nome, Metriche, Alla posterità, Senili, Varie.

la prima raccolta, Rerum familiarium, divisa in 24 libri è la più ampia ed importante. Il poeta raccoglie. Tra le lettere più importanti si trova quella al padre Dionigi da Borgo San Sepolcro e descrive l'ascensione al Monte Ventoux.  Estremamente interessanti sono anche le 20 epistole  senza nome. Sine Nomine in cui non appare il nome del destinatario a causa del carattere aspro e polemico in esse contenute. Il poeta si scaglia soprattutto contro la corruzione della Chiesa dei suoi tempi, esaltando per contrasto, la spiritualità della Chiesa primitiva.  Invece le Epistulae Metricae  (divise in 3 libri) contengono molte meditazioni del poeta, i suoi pensieri molto raffinati. A tale riguardo si ricorda  il "saluto del poeta all'Italia dal Monginevro" e i versi "A me stesso" (Ad se ipsum) in cui il poeta esprime il proprio dramma interiore.

Nell'epistola Posteritati -  "Alla posterità" - il poeta, come in una sorta di autobiografia, vuole rappresentare la sua esistenza ai posteri, nei tratti che egli considera più degni ed essenziali.

Nelle epistole senili - Seniles - in ben 17 libri il poeta rievoca tutta la sua vita alla luce della saggezza conquistata con l'età. Nella lettera al Boccaccio il poeta rievoca soprattutto il compimento dei suoi studi letterari.

Molte lettere rimaste inedite, e tutte quelle non complementari sono attribuite alle Variae - varie.

L'Affrica è un poema in esametri scritto in latino fra il 1358 ed il 1341. L'Affrica è ' diviso in 9 libri. Materia del Poema è la II guerra punica e protagonista il primo Scipione, ma Petrarca si proponeva di cantare, con digressioni e argomenti secondari, tutta la storia di Roma precedente e seguente. Fonti principali di quest'opera sono Tino Livio, Virgilio e il Somnium Scipionis di Cicerone. L'opera è un complesso assai debole perchè lo spirito  epico non riesce a trasformarsi in sostanza poetica; la reale fonte di ispirazione non è tanto per il Petrarca l'eroe con le sue gesta ma il racconto  che ne hanno fatto i classici. L'architettura del poema appare sconnessa e denota l'incapacità costruttiva del Petrarca; i personaggi appaiono schematici ed astratti, privi di una vita autonoma. sono però degni di nota alcuni episodi lirici quali il lamento di Magone morente, in cui il poeta esprime il suo profondo sentimento della caducità delle cose umane, e il racconto  degli amori di Sofonisba  e Massinissa che rivela la ricchezza dell'osservazione psicologica del Petrarca. Anche nelle parti migliori però la forma non riesce ad adattarsi perfettamente al contenuto, appare come una veste astratta che reca visibile la traccia dell'elaborazione letteraria.

Il Bucolicum carmen è la raccolta delle 12 egloghe latine composte in Valchiusa fra il 1346 ed il 1347 e più volte rielaborate.  Sono il velo pastorale derivato da Virgilio, esse trattano argomenti morali, storici e personali. Le migliori egloghe sono quelle ispirate alle esperienze personali del poeta; le ansie e le inquietudini religiose, l'amore per Laura e il dolore per la morte dell'amata.

Il De viris ilustribus, iniziato nel 1338 e interrotto nel  1343 è una serie di biografie di illustri romani. In una seconda redazione, cui il Petrarca lavorò tra il 1351 e il 1353, il disegno fu allargato fino a comprendere uomini illustri di tutte le epoche a cominciare da Adamo. L'opera mostra una certa modernità di impostazione nell'ampiezza delle ricerche erudite e nel tentativo di controllo delle fonti.

Rerum memorandorum libri, iniziati nel 1343 e rimasti incompiuti, ne restano 4 libri e un frammento di un altro. Essi dovevano rappresentare una raccolta di episodi storici raggruppati in diverse categorie secondo  le virtù morale di cui sono un esempio. Il lato più interessante di quest'opera, come del De viris illustribus, è il rilievo dato all'indagine psicologica, alla storia intima degli uomini piuttosto che alle vicende esteriori.

L'Itinerarium Syriacum, scritto dal Petrarca nel 1358 su richiesta del milanese Giovanni di Mandell, è una raccolta di notizie storiche e geografiche sui paesi che si attraversano per recarsi dall'Italia in  Terra Santa.

Estremamente vivaci e interessanti sono le operette polemiche e le invettive, scritte tutte in latino.

De sua ipsius et multorum ignorantia fu scritta nel 1367 a Venezia contro quattro giovani averroisti che avevano definito il poeta "buon uomo ma privo di cultura". Il Petrarca vi contrappone la vera conoscenza alla dialettica fine a se stessa. Il poeta concepisce la scienza come ricerca della felicità attraverso una saggia condotta di vita; perciò la vera filosofia è per lui la morale, e alla pedantesca sapienza degli scolastici medioevali  contrappone la ricchezza umana e l'esperienza etica degli antichi moralisti.  Per questo ad Aristotele  che, sebbene dottissimo dovette certo ignorare molte cose, egli preferisce l'umana saggezza di Cicerone, la profonda conoscenza  della natura e dell'uomo di Platone e la verità rivelata cristiana come appare nel Vangelo e nei Padri della Chiesa.

Invectivarum contra medicum quendam (1352-1355) diviso in 4 libri  è un'appassionata difesa della peosa contro gli spiriti materialisti.

L'invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius scientiae aut virtutis fu scritta dal Petrarca forse nel 1355 contro il Cardinale Giovanni de Caraman che sparlava di lui.

L'invectiva contra eum qui maledixit Italiae  fu  scritta dal poeta nel 1353 contro Giovanni di Hesdin, sostenitore delle religioni francesi contro il trasferimento della sede papale da Avignone a Roma.

Problemi etici costituiscono  la materia di alcuni ampi trattati latini del Petrarca; tali problemi però non sono esposti  in modo sistematico, ma attraverso divagazioni e accenni autobiografici. Come accade in quasi tutte le opere del poeta gli elementi più interessanti sono gli spunti soggettivi e personali che ci permettono di penetrare nell'intima sua personalità.

Il De vita solitaria, scritto nel 1346  e più tardi ampliato, attraverso esempi di vita solitaria condotta da poeti, filosofi, santi ed eremiti,  vuole essere l'esaltazione della solitudine come strumento di libertà e pace dello spirito. Ma il Petrarca esalta soprattutto la vita appartata del letterato, resa piacevole dai molti libri.

Il De otio religiosorum fu scritto dal poeta dopo una visita al fratello Gherardo nel monastero di Montrieux nel 1347 e poi rimaneggiato più tardi. E' un'esaltazione della pace della vita monacale contrapposta al tumulto della vita mondana. Vi traspare tutto il desiderio di liberazione e di purezza del poeta insieme alla consceinza della propria incapacità di staccarsi dalle lusinghe terrene. Perciò attende da Dio aiuto e salvezza sentendo che anche la sapienza degli antichi filosofi è inutile se non sopraviene la grazia a illuminare lo spirito del suo difficile cammino.

Il De remediis utriusque fortunae, iniziato nel 1356 e terminato nel 1366 passa in rassegna ogni  possibile fortuna o disgrazia suggerendo i mezzi di cui può servirsi lo spirito umano per non insuperbirsi  della prima e non lasciarsi abbattere dalla seconda. Il libro è diviso in due parti. Ciascuna parte del libro è divisa in brevi dialoghi, nella prima parte il Gaudio e la Speranza enunciano i motivi di piacere. Nella seconda il Dolore e la Paura i motivi del dolore presenti o futuri. Sempre la Ragione risponde cercando di dimostrare che è inutile gioire o dolersi in un mondo in cui tutto è vano. Quest'opera rappresenta il tentativo del Petrarca di risolvere su basi razionali il problema, per lui tanto importante, della felicità.  In questo caso il poeta approda ad un pessimismo stoico che ha le sue fonti in Seneca e Cicerone, mentre in genere preferisce  rifugiarsi nella fede religiosa che sarà però sempre in lui più  un'esigenza sentimentale  che una conquista logica.

I Psalmi poenitentiales  sono 7 salmi, cioè vere e proprie preghiere di invocazione a Dio, perché soccorra il poeta nei suoi dubbi e nelle sue crisi, redatte in versetti latina sul modello dei salmi biblici. Qui appare con maggiore evidenza l'aspirazione inquieta del poeta all'elevazione a Dio, che non riesce mai a trasformarsi in ferma volontà che informa atti e pensieri.

Secretum - per esteso (De Secreto conflictu curarum mearum) è il più sincero e compiuto documento dei contrasti intimi del poeta, cui del resto quasi tutte le sue opere si ispirano. L'opera fu scritta a Valchiusa fra il 1342 ed il 1343. Fu corretta a Milano fra il 1353 ed il 1358. Il libro si svolge in forma di dialogo fra il poeta e Sant'Agostino, che rimprovera il Petrarca per i suoi errori e le sue debolezze e lo incita a vincere il suo torpore spirituale affinché possa adempiere alle virtù. Testimone di questo dialogo, che dura tre giorni (quanti sono i libri) assiste la Verità. Nel secondo e nel terzo libro, i rimproveri di Sant'Agostino si rivolgono soprattutto alle debolezze del poeta, prime fra tutte il compiacimento per l'ingegno  e le sue doti fisiche accompagnate dalle ricchezze.  Anche l'amore per l'amata Laura ed il desiderio di gloria sono considerate delle colpe che distolgono il poeta,  dalla considerazione delle cose eterne.

Attraverso il Secretum è possibile penetrare nell'indole del poeta, conoscere le sue miserie, le sue debolezze ed anche la tristezza che gli deriva. Il Petrarca fu sempre tormentato da un conflitto tra la realtà e l'idealità. Solo attraverso la piena consapevolezza dei suoi tormenti terreni anche rivolti all'amata Laura, lo rendono libero e lo avviano verso quella serie di confessioni  pacate ed equilibrate per il suo animo.

Le Rime -  scritte in volgare, comprendono la raccolta che il poeta ci lasciò ordinata nel codice 3195 della Vaticana, in parte autografo, comunemente  conosciuta sotto il titolo  di Canzoniere e le così dette rime extravaganti, rime d'argomento amoroso e politico. Sonetti in risposta ad amici ed estimatori.  

Il Canzoniere il cui titolo originale è Francisci Petrarche  laureati poetae Rerum volgarium fragmenta, comprende  366 componimenti poetici dei quali 4 madrigali, 7 ballate, 9 sestine, 29 canzoni, 317 sonetti.

Il tutto è poi diviso in due parti che prendono il nome in "vita" e "in morte" di Madonna Laura.  Il Canzoniere è sostanzialmente una storia d'amore dedicata alla donna amata. Si includono comunque circa una trentina di composizioni di vario argomento per lo più morale e politico.  Come per i poeti del "dolce stil novo" la cura della forma letteraria è insieme esercizio difficile e dotto. A differenza dei stilnovisti, Petrarca affronta le Rime con maggiore umanità. Per lui la vita diventa poesia passando per la letteratura. Per questo motivo, per comprendere l'opera del poeta, occorre molta sensibilità e sentimento ma anche intelletto e cultura. Estremamente importanti nell'esperienza artistica del Petrarca  sono i poeti provenzali e quelli cortesi italiani, i poeti latini, i padri della Chiesa, la Bibbia, che egli riesce ad assimilare profondamente e far rivivere come parte della propria vita intima.

La lirica petrarchesca trovò ovunque in Europa continuatori  ed epigoni ancora vivente il poeta, nascono i primi imitatori in Italia dove il petrarchismo si sviluppa dal XV al XVII secolo; tale tendenza irromperà anche le letterature europee, sopratutto in Francia, in Spagna e in Inghilterra.

I Trionfi - l'altra opera scritta in volgare, fu iniziata forse nel 1352 e continuata negli anni seguenti, senza che il poeta giungesse a darle una redazione definitiva. Fu scritta in terzine di endecasillabi e comprende:

Il trionfo dell'Amore sugli uomini, della Pudicizia sull'amore, della Morte sulla pudicizia, della Fama sulla morte, del Tempo sulla fama, e infine dell'Eternità sul tempo.

Con quest'opera allegorica il Petrarca affronta un poema costruito secondo una concezione medioevale di poesia, poesia cioè intesa come rappresentazione di verità morali. L'essenza stessa della sua ispirazione poetica indirizzata soprattutto verso l'introspezione ed estranea a motivi non strettamente lirici e personali.

Anche nei Trionfi si trovano comunque parti che rivelano una profonda umanità e un'innegabile ispirazione poetica. Ma la bellezza è nei frammenti e non nell'insieme, dove la vita dei sentimenti è come soffocata dall'impianto allegorico, dal'intenzione artistica. Notevole  è il II capitolo del "Trionfo della Morte" dove laura riappare in sogno al poeta per confortarlo e rivelargli di averlo amato in segreto.

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(Paola Pascucci - aminamundi aprile 2014)

 

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