venerdì 17 novembre 2017   ::  
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DINO CAMPANA, VISIONARIO ALLA RIMBAUD

 

autrice:  Maria Allo


 

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(Dino mpana)


La poesia di Dino Campana costituisce un unicum nel panorama letterario del primo Novecento. Anche se al fondo della psicologia e dell’arte c’è un sentimento lacerante di esclusione e di disarmonia  vicino a molti altri poeti della sua generazione, nel disadattamento e nello sradicamento di Campana  viene perseguito con insistenza un ideale di reintegrazione dell’io nell’armonia profonda delle cose. Non stupisce, perciò , che Campana insegua una concezione alta e sublime della poesia  come momento assoluto di verità: è questo il senso dell’aggettivo orfico che ricorre nel titolo della prima e unica raccolta pubblicata in vita dal poeta( Canti orfici, 1914 ).

I poemetti in prosa presenti nei Canti Orfici, come Sogno di prigione , si pongono come “ illuminazioni” frammentarie di carattere onirico e visionario, in cui immagini slegate fra loro sono unificate da richiami fonici ,ripetizioni e formule iterative che intessono tutto il componimento di una fitta trama di richiami analogici.

 “Nel viola della notte odo canzoni bronzee.

La cella è bianca, il giaciglio è bianco.

La cella è bianca, piena di un torrente di voci che muoiono nelle angeliche cune,

delle voci angeliche bronzee è piena la cella bianca. Silenzio: il viola della notte: in rabeschi dalle sbarre bianche il blu del sonno.

Penso ad Anika: stelle deserte sui monti nevosi: strade bianche deserte: poi chiese di marmo bianche: nelle strade Anika canta: un buffo dall’occhio infernale la guida, che grida. Ora il mio paese tra le montagne.

Io al parapetto del cimitero davanti alla stazione che guardo il cammino nero delle macchine, sù, giù. Non è ancor notte; silenzio occhiuto di fuoco:

le macchine mangiano rimangiano il nero silenzio nel cammino della notte. Un treno: si sgonfia arriva in silenzio, è fermo: la porpora del treno morde la notte: dal parapetto del cimitero le occhiaie rosse che si gonfiano nella notte: poi tutto, mi pare, si muta in rombo: Da un finestrino in fuga io? io ch’alzo le braccia nella luce!! (il treno mi passa sotto rombando come un demonio).”

 

Il testo evoca il sogno di un prigioniero da identificare probabilmente con il poeta stesso , internato nel 1910 nell’ospedale psichiatrico di Tournay , in Belgio. In un’atmosfera notturna segnata da un acceso cromatismo, si accavallano suoni, colori e sensazioni, che sfociano nell’immagine solo illusoriamente liberatoria di un treno in corsa.

Gettato sull’erba vergine, in faccia alle strane costellazioni io mi andavo abbandonando tutto ai misteriosi giuochi dei loro arabeschi, cullato deliziosamente dai rumori attutiti del bivacco. I miei pensieri fluttuavano: si susseguivano i miei ricordi: che deliziosamente sembravano sommergersi per riapparire a tratti lucidamente trasumanati in distanza, come per un’eco profonda e misteriosa, dentro l’infinita maestà della natura”. Da Pampa di D. Campana

Campana affermava di voler ” nel paesaggio collocare dei ricordi” e sul paesaggio, fondamentale nella sua poesia, aleggia un alone di misteriosa lontananza , un contorno ai suoi sentimenti, al suo anelito di una coscienza cosmica nella quale trascendere i dati della vita quotidiana. Nei suoi scritti sentiamo il fascino delle ore crepuscolari, della luna sui campi, del canto che si perde nelle strade solitarie, della finestra illuminata nel buio della notte mediterranea. Il colore, la musica, l’arte materica sono palpabilmente presenti in Campana che li trasfigura in un simbolismo onirico, ma vero. Nella sua poesia i valori classici e una grande modernità si compenetrano, in una forma e in una purezza irripetibili come per un’eco profonda e misteriosa, dentro l’infinita maestà della natura”,

«Aspro preludio di sinfonia sorda, tremante violino a corda elettrizzata, tram che corre in una linea nel cielo ferreo di fili curvi mentre la mole bianca della città torreggia come un sogno, moltiplicato miraggio di enormi palazzi regali e barbari, i diademi elettrici spenti». Da Passeggiata in tram in America e ritorno.

Al fondo dell’arte di Campana c’è un sentimento lacerante di esclusione e di disarmonia: in tale sentimento egli è di fatto vicino a molti altri poeti della sua generazione, e in particolare a quelli allargati all’esperienza della rivista” La Voce” (per esempio Sbarbaro  e Rebora). Ma la reazione di Campana si differenzia da quella degli altri poeti dell’Espressionismo vociano per una tendenza a resistere nella nuova condizione tentando disperatamente di difendersene e di negarla. In particolare viene perseguito con insistenza un ideale di reintegrazione dell’io nell’armonia profonda delle cose e non stupisce che insegua una concezione alta e sublime della poesia, come momento misterioso di identificazione con la vita universale , e perciò come momento assoluto di verità: è questo il senso dell’orfico che ricorre nel titolo della prima e unica raccolta pubblicata in vita dal poeta(Canti orfici ,1914).

 Il tema del viaggio può esprimere una condizione privilegiata di apertura all’esperienza , di contatto con la molteplice realtà cosmica , di armonia tra soggetto e oggetti. La scelta delle parole e la loro collocazione nel testo rispondono all’intento di moltiplicare le analogie, di evocare allargamenti semantici veicolati soprattutto da atmosfere musicali e dall’alone indefinito di colore e ritmo che si costruisce attorno ai vocaboli

Il viaggio e il ritorno

1)  Salivano voci e voci e canti di fanciulli e di lussuria per i ritorti vichi

dentro dell’ombra ardente, al colle al colle. A l’ombra dei lampioni verdi

le bianche colossali prostitute sognavano sogni vaghi nella luce bizzarra

al vento. Il mare nel vento mesceva il suo sale che il vento mesceva

e levava nell’odor lussurioso dei vichi, e la bianca notte mediterranea

scherzava colle enormi forme delle femmine tra i tentativi bizzarri della

fiamma di svellersi dal cavo dei lampioni. Esse guardavano la fiamma e

cantavano canzoni di cuori in catene. Tutti i preludi erano taciuti oramai.

La notte, la gioia più quieta della notte era calata. Le porte moresche si

caricavano e si attorcevano di mostruosi portenti neri nel mentre sullo

sfondo il cupo azzurro si insenava di stelle. Solitaria troneggia- va ora

 la notte accesa in tutto il suo brulicame di stelle e di fiamme. …

ma  il tema del viaggio può anche diventare immagine di una situazione di sradicamento e di alienazione. In questo secondo caso ,al paesaggio naturale viene di norma preferito quello cittadino, rappresentato da un punto di vista allucinato e deformante e ogni incontro può

suscitare una commossa adesione emotiva e psicologica come in “Donna genovese

Tu mi portasti un po’ d’alga marina

nei tuoi capelli, ed un odor di vento,

che è corso di lontano e giunge grave

d’ardore, era nel tuo corpo bronzino:

– Oh la divina

semplicità delle tue forme snelle –

Non amore non spasimo, un fantasma,

un’ombra della necessità che vaga

serena e ineluttabile per l’anima

e la discioglie in gioia, in incanto serena

perché per l’infinito lo scirocco

se la possa portare.

Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!

La fisicità positiva della donna rappresenta un’opportunità di entrare in rapporto con gli elementi naturali, che appartengono al corpo femminile e ai quali esso appartiene, con uno scambio mutuo che costituisce la forza armoniosa della donna. Il contatto con la donna trasmette l’impressione di entrare in perfetta comunione con il mondo, che sembra piccolo e leggero in quanto il poeta si sente in armonia con esso. Anche la *rima ipermetra anima : mani vale a legare l’interiorità del soggetto alla presenza fisica armonizzante della donna. L’esperienza felice dell’incontro con la donna è vissuta come esperienza insieme elementare e profondissima (legata a un destino “necessario”). Entrambi gli aspetti rendono riduttive le categorie consuete di rapporto: non si tratta perciò di amore, né è in alcun modo presente il tormento (spasimo) che quello necessariamente comporta. La semplicità della donna attraversa senza ostacoli l’interiorità del poeta portandovi serenità e gioia, e rendendola parte armoniosa della natura e dell’universo. Un inno alla femminilità e alla poesia ,è la più largamente nota fra le opere di Campana. Nel 1914 , il poeta inviò la Chimera a Prezzolini, nella lettera che l’accompagnava la presentava come la ”più vecchia e la più ingenua delle liriche mie…: ma Lei si vestirà l’anima che si libera”.

 

IL CARRO DI APOLLO REDON.jpg

 

La Chimera

Non so se tra rocce il tuo pallido

Viso m’apparve, o sorriso

Di lontananze ignote

Fosti, la china eburnea

Fronte fulgente o giovine

Suora de la Gioconda:

O delle primavere

Spente, per i tuoi mitici pallori

O Regina o Regina adolescente:

Ma per il tuo ignoto poema

Di voluttà e di dolore

Musica fanciulla esangue,

Segnato di linea di sangue

Nel cerchio delle labbra sinuose,

Regina de la melodia:

Ma per il vergine capo

Reclino, io poeta notturno

Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,

Io per il tuo dolce mistero

Io per il tuo divenir taciturno.

Non so se la fiamma pallida

Fu dei capelli il vivente

Segno del suo pallore,

Non so se fu un dolce vapore,

Dolce sul mio dolore,

Sorriso di un volto notturno:

Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti

E l’immobilità dei firmamenti

E i gonfi rivi che vanno piangenti

E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti

E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti

E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

Dino Campana

(da Notturni, in Canti Orfici, 1914)

Al di là degli elementi  irrazionalistici legati alla vicenda biografica dell’autore, I canti Orfici risentono di   modelli anche molto diversi tra loro. All’idea di una crisi dell’arte e dell’individuo da collegare a una tarda ripresa del Decadentismo europeo , Campana unisce infatti anche spunti romantici, connessioni all’idealismo di matrice pessimistica e ascendenze carducciane e dannunziane.    La simbologia della chimera compare in molti luoghi dell’opera dannunziana, per esempio nel Fuoco, dove diventa l’immagine mitologica in cui il protagonista Stelio   trasfigurarsi il pubblico presente ed ascoltarlo mentre pronuncia il discorso Allegoria dell’Autunno.

Molto forte il ricorso al linguaggio analogico :”o sorriso/di lontananze ignote…. o delle primavere/spente”, ”musica fanciulla esangue” .  Non a caso La Chimera è fra le poesie di Campana che, a torto o a ragione, gli hanno valso l’etichetta di poeta pre-ermetico, giustificata proprio dalla centralità dell’analogia e dal linguaggio poetico elusivo e oscuro che caratterizzano il testo. Chi , o che cosa è la Chimera invocata da Campana? La Chimera è con ogni probabilità un emblema della poesia stessa, che nella prima sez. del testo (vv.1-19),ci appare come una figura di donna che ricalca il modello dell’eterno femminino, con una forte influenza della pittura leonardesca; nella seconda sez.(vv.20-23).  Il poeta stesso tenta sia di interpretare le fuggevoli forme che di volta in volta assume quest’inquietante figura femminile, sia di ritrovarla nella natura. Negli ultimi tre versi  l’anafora di “e ancora” prelude alla ripetuta invocazione “ ti chiamo ti chiamo Chimera”) che suona come dichiarazione finale di un’eterna, incessante ricerca. La poesia non ammette reclusioni, il canto è liberazione dagli affanni, è desiderio, è sogno, ricordanza, avvenire che fluisce e allora la parola, costretta al silenzio del poeta, si sprigiona e si innalza come un urlo, come una lama, come pura energia poetica. Le esperienze non riescono a collocarsi, a integrarsi sopra un fondale certo e sicuro sono vissute separatamente, come lampi di luce, schegge di dolore.

Una vita errabonda, chiusa a trentatré  anni con il ricovero in manicomio, ha sbrigativamente fatto di Dino Campana (1885-1932) un maudit, il Rimbaud italiano, ma Rimbaud abbandonò la letteratura per fuggire in Africa e prestarsi a mestieri avventurosi ed alternativi, come il trafficante d'armi, mentre Campana alla fine dei suoi viaggi, senza una vera meta, trovò solamente la follia. E se Rimbaud aveva fatto una scelta, Campana non scelse ma fu sopraffatto dagli eventi che attraversarono la sua vita diventandone una vittima: senza però mai disertare la poesia, come, differentemente, aveva fatto il poeta francese.

Un viaggio chiamato amore, film del  2002, film dell’attore e regista  Michele Placido    ricostruisce il rapporto d’amore tra Campana e Sibilla Aleramo, scrittrice giornalista, rapporto documentato da un intenso carteggio tra i due che ebbe luogo tra il 1916 e il 1918. Il titolo del film è tratto dai versi di una poesia che Dino scrisse alla donna:” in un momento sono sfiorite le rose/i petali caduti/Perché io non potevo dimenticare le rose/Le cercavamo insieme/abbiamo trovato delle rose/Erano le sue rose erano le mie rose/Questo viaggio chiamavamo amore”.

La conclusione sarà drammatica per entrambi: Dino verrà rinchiuso in manicomio, dove morirà molti anni dopo, Nora si rifiuterà di rivederlo.

Nell’opera di Campana al di là del fitto tessuto di rimandi intertestuali che lo lega ai poeti dell’Ottocento, si rintracciano aspetti che alludono ad una concezione simbolistica della poesia, assimilata alla voce degli antichi poeti – profeti, depositari dei segreti del mondo. Sono canti che illuminano che fanno pensare velatamente ai quadri di Giorgio De Chirico.

La luce ancora forte dei raggi del sole che, che in un gioco di luci e ombre, penetrano ne “L’Invetriata”, sembra marchiare a fuoco il cuore del poeta, ma  ormai il giorno cede il posto alla notte e qualcuno (“chi?”, si chiede il poeta) ha già acceso la lampada, mentre le stelle brillano nel cielo morbido e scuro come un “velluto”.

 L’invetriata     

La sera fumosa d’estate

dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra

e mi lascia nel cuore un suggello ardente.

Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha

a la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? – c’è

nella stanza un odor di putredine: c’è

nella stanza una piaga rossa languente.

Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:

e tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è

nel cuore della sera c’è,

sempre una piaga rossa languente.

Da: Canti orfici, 1913

L’analogia stabilisce una sotterranea corrispondenza tra la luce del tramonto, la lampada accesa , la piaga rossa languente che squarcia sia la penombra della stanza che il cuore della sera, e il suggello ardente nel cuore del poeta. Tutti emblema del dolore e, in ultima analisi, della morte(come mostra anche l’odor di putredine) che accompagna la piaga.Ancora la caratterizzazione della sera come fatua, “che tremola”, aumenta il senso di precarietà contenuto nell’insistente domanda senza risposta dei vv..5-6.aleramo_agt

Ritorna la luce e l’amore

” Vi amai” considerata la più bella delle poesie dedicata a Sibilla Aleramo: “Vi amai per la città dove per sole / strade si posa il passo illanguidito / dove una pace tenera che piove / a sera il cuore non sazio e non pentito / volge a un’ambigua primavera in viole / lontane sopra il cielo impallidito”.

 


Maria Allo

(06 maggio 2017)

 

Bibliografia

Dino Campana ,Canti Orfici e altre poesie Einaudi  ;  

P. V. Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Milano, Mondadori, 1978.

A. Asor Rosa, “Canti orfici” di Dino Campana, in Letteratura italiana, diretta da A. Asor Rosa, Il secondo Novecento, Le opere 1901-1921, Torino, Einaudi, 2007.

Artur Rimbaud , Une saison en enfer  ;

Tra Ottocento e Novecento  Cappellini e Sada ed. C. Signorelli ;

R. Luperini - P. Cataldi - F. D’Amely, Poeti italiani: il Novecento, Palermo, Palumbo, 1994.

 Il poeta sotto esame  di Paolo Maccari ed. Passigli

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Note bio-bibliografiche di Maria Allo

 Poetessa e traduttrice. Laureata in Lettere classiche, insegna nei  Licei . Si occupa di Islamistica  e  di Nuove professioni educative .Ha al suo attivo diverse pubblicazioni antologiche, quattro sillogi di poesia e “Talenti di donna “ ( Onirica edizioni), un progetto di Gloria Gaetano sull’identità femminile. Attraverso lo strumento del digitale, le sue frequentazioni poetiche, storico e letterarie, soprattutto quelle poetiche, si manifestano, a partire dal suo blog “nugae11”o nei siti  - come nel caso http://www.aminamundi.it/ - in cui  è ospitata.

 


 

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