martedì 24 ottobre 2017   ::  
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DICOTOMIE   di   Nazario Pardini

The Writer Edition - Milano

 


(note critiche: MIRIAM LUIGIA BINDA) 

 

dicotomie Pardini.jpg 

 

In questa raccolta di poesie dal titolo Dicotomie  pubblicata nel 2013,  si scorge  in modo ancora  più pregnante,  un Nazario Pardini, ispirato ed illuminato dalla  nostalgia delle cose elementari, quotidiane e semplici.

Credo sia molto utile, in certe ore del giorno o della notte, osservare nel   profondo della memoria,  questi oggetti oramai a riposo:

il ticchettio di forbici  e gli ombrellini di carta:

le ruote dei carri, che hanno percorso lunghe distanze;

il falcino nelle mani di una madre che lavora, mentre il tramonto si stende sui campi e l'aratro....l'aratro  che si vede in gioventù, vicino all'albero antico sulla collina.   

 

Ci sarà' sempre l'albero

l'albero di acacia ad attendere un volo di farfalla....

(L'albero in cima alla collina - pag. 25) .

 

Questi oggetti del passato, nella poesia di Pardini, evidenziano  il rapporto tra l'uomo e la terra  e diventano, la lezione più   importante per il Nostro poeta. Una lezione tratta dall'usura che le mani hanno inflitto alle cose,   un insegnamento che  conserva un   pathos  capace di infondere quel fascino umano, o forse "umanizzante  di sensibilità" che   ancora ha valore nella  realtà di questo mondo!   

Senza cadere in un soliloquio morale. Nazario  Pardini  mette poi a  confronto,  questa realtà-verità  coesa alla  semplicità della vita  contadina, alla realtà-mistificata nel rutilante benessere dei nostri giorni.   Un  benessere    tra le persone che  - si lanciano sguardi, le borse, i vestiti i paletot ( Per strada -  pag. 39)  nel brusio delle strade, volti di gente che passa e,  quasi si sfiora nelle "vasche" dei centri commerciali ma, restano indifferenti; ammutoliti  e talvolta distratti anche dagli agiti di violenza, perché,  come dice  Pardini,  sulla strada ancora c'e' guerra.

 

C'e' guerra  si ritorna;

e un botto deflagrante irrompe attorno:

dei ragazzi violentano la vita

per qualcuno in dormiveglia con in mano

l'immagine di un Cristo Salvatore.

(Sulla strada c'e' guerra - pag. 33)

 

A questa condizione di apatia relazionale che tende a scadere, se così si può dire, in una  patologica deriva  di coloro che violentano (inconsciamente)   la propria vita ed inconsapevolmente anche  quella degli altrui individui,  il Nostro poeta,  contrappone  il senso patriottico dei giovani ragazzi che, in passato, hanno combattuto una guerra per la libertà, in nome della Patria:

 

Patria unita, morirono brandendo una bandiera,

venivano dai luoghi più' lontani,

lasciando casa mogli, e terre incolte(....) 

le loro tombe vogliono rispetto

le loro tombe gridano e pretendono

di non essere cumuli di polvere

contenitori d'ossa senza nome.

(Per i 150 anni dell' Unita' d'Italia -  p.31)

 

Il tema principale dell'intera silloge,   o  leit-motiv resta  comunque -  il rapporto dell'autore con la natura - la  bellezza della natura inonda gli occhi di meraviglia, anche ai giorni nostri,  basta semplicemente  vedere ed ascoltare la sua musica. La storia di Beppe, né intona il canto, con una vicenda umana educata e  cortese;  Beppe  non è diventato  un "cittadino"  è rimasto contadino ma,  la sua semplicità  ha colto  nell'animo la gioia  vitale che brilla sulla terra!

 

Amava quella terra. La campagna

lo riempiva di gioia. Era la vita.

Quand'era solo in mezzo ai suoi raccolti

non chiedeva di più. 

La mattina indossava i suoi stracci e al primo sole

prendeva lo stradone per i campi.

L'accompagnava un'alba d'erba nuova

che usciva in fondo al monte a discoprire

la vastità  del cielo. Sprigionava

il nascere fecondo della vita

collo sfrecciare d'ali già veloci

al primo accenno di luci, e diffondeva

il sentore dei campi che si sposava al vento.

(Beppe  - pag 87).

 

Queste poesie dalla memoria nostalgica,  a contatto con  l'innocenza, di chi  ha lavorato nei campi  offre scenari aperti, alla vita di paese   che esprime  la fatica di un onesto lavoro. Una  passione, che non ha bisogno di atti sconci  per cogliere tutto il piacere della vita.

Senza escludere deliberatamente nulla, il Nostro poeta,  riesce a seguire  queste vicende,  popolate d'umanità, per trasporle nel tempo delle stagioni; continue metafore s'innescano e si susseguono  nei colori e nei suoni della propria esperienza con intonazioni  di rara bellezza, come queste:  

 

Se questo mio autunno vorrà

attenderò' sia fertile il terriccio

che nutre la mia anima. Su quello

innesterò di nuovo i semi sparsi

e ritrovati. Credo che cresceranno

e torneranno in fretta fusti snelli,

a un'aria un po' più' mite.

Spero solo in un albero folto ed affollato

di freschi giovanili, proprio la',

sotto quei freschi,

voglio tornare a vivere.

(Ora e' il tempo  - pag 57)

 

Nel secondo libro di Dicotomie dal titolo:  d'amore di terra e di mare (anni 1980-1990) come recita il titolo stesso,   si conferma  l'idea iniziale del primo libro, con  un  cliche' di immagini che aggiungono  ai luoghi  della memoria,  intime meditazione e confidenze:  

 

Delia e i tuoi sorrisi,

Delia le vesti bianche,

Delia i tuoi occhi cielo

e la pelle chiara

e la paura vergine,

mia Delia,

quando correvi sola.

Vibravano le cime nell' azzurro.

t'accompagnava un canto,

su per un manto verde,

dove si perde ancora il tuo sorriso,

ed il mio viso a stento,

ritrova bianche perle

ai bordi della vita.

(a Delia - pag. 94 Nazario Pardini

 

Nella distrazione del quotidiano,  dolore e  solitudine  (una solitudine assordante) emerge  poi dal profondo;  visioni  forse dettate dalla disillusione, si rivelano -  nel dolore - siamo sperduti nel cielo su un corpo senza luce (....) (Solitudine - pag. 120).   Un dolore che allude alla morte ed attinge al dubbio nichilista (tanto caro ai poeti esistenzialisti), l'imminente concretezza della nostra nullità.  Dolore, in  dicotomia con la  forza inquieta del mare,  con i suoi moti perenni e le onde sfuggenti dai giorni. Giorni finiti ed abbandonati  (forse feriti)  come dice il Nostro poeta,  sul grembo della sera. Ma il grembo della sera e' come una  madre;   la sua  presenza rigeneratrice e protettrice reagisce alla luce del mattino.  Questa luce può essere sogno, un'utopia, un amore che ci  rivela  ancora le sue ali?  A dircelo è sempre il Nostro poeta che  offre  all'alba - l'incantesimo di una  luce -  e  la sua voce.... diventa  poesia.  

 

Il mare

annulla la morsa della notte

e l'alba nasce

la dove pasce il cielo,

la dove il gelo non arriva mai.

(L'alba - pag. 139)

 

In questo libro si possono trovare anche delle note critiche, raccolte da Nazario Pardini, alla fine del testo. Sono davvero tante  le citazioni  che fanno da  cornice alla silloge Dicotomie.  Per così dire,  l'accompagnano  in direzione di una trasposizione antologica; non a caso mi viene da dire  anche "digitale",  perché, come tutti sanno,  Nazario Pardini  è anche un blogger. Il suo blog,  Alla Volta di Leucade   http://nazariopardini.blogspot.it/ accoglie e  propone notizie  letterarie e qualificate opere di autori; serve anche  da "stimolo" per chi, oggi..... ancora crede.... nell'arte della poesia  e nella sua saggezza -.

 

Miriam Luigia Binda


 

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