lunedì 23 ottobre 2017   ::  
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La contemplazione è un lusso, l’azione una necessità.

Il presente è il limite invisibile che separa il passato dall’avvenire.

Bergson

 

HENRI BERGSON  

(di Luca  Brezzi - 06-03-2009)

note biografiche:

Henri Bergson  nasce a   a Parigi nel 1859 da una famiglia ebraica. Conduce i suoi studi al Liceo Condorcet, poi alla Scuola Normale Superiore ed ottiene la licenza in lettere e matematica. Egli inizia quindi un periodo di insegnamento nelle scuole superiori; nel 1889 consegue il dottorato in filosofia (corrispondente all'abilitazione all'insegnamento universitario, alla "libera docenza") con due dissertazioni: Quid Aristoteles de loco senserit e Saggio sui dati immediati della coscienza (1889). Questo saggio rappresenta la sua prima opera importante, alla quale segue Materia e memoria(1896).

Ricopre in seguito, nel 1907, l'incarico di Maître des Conférences presso la Scuola Normale Superiore e diviene due anni dopo insegnante di Filosofia al Collège de France; i corsi da lui tenuti ottengono un notevole successo. Nonostante alcune ostilità mostrate nei suoi confronti dai circoli tradizionalisti legati alla Sorbona, Bergson si rivela progressivamente la figura di spicco della cultura filosofica francese dei primi decenni del Novecento. Pubblica molte opere, tra cui ricordiamo il saggio Il riso (1900), in particolare Introduzione alla metafisica (1902), che è una prima breve summa del suo pensiero, L'evoluzione creatrice (1907), l'opera forse più nota, L'energia spirituale (1919), Durata e simultaneità (1922) sulla Teoria della relatività di Einstein e Il pensiero e il movente (1934). Bergson affronta anche i temi dell'etica e della religione nel libro del 1932 Le due fonti della morale e della religione, avvicinandosi in seguito al cristianesimo. Gli viene conferito nel 1914 il prestigioso titolo di Accademico di Francia e riceve nel 1928 il Premio Nobel per la Letteratura. Muore a Parigi nel 1941.

Bergson – filosofia dell’intuizione.


La filosofia di Bergson tratta l’intuizione come un atto metafisico mediante cui si genera una simpatia tra un oggetto e l’altro. Si tratta come si legge in  Introduzione alla metafisica,  di un atto interiore  con qualcosa di assoluto che diventa una “coincidenza” con ciò che c’e’ in esso.

L'intuizione si distingue dall'intelligenza.

L’intelligenza è strumento della scienza ossia dell’analisi scientifica. In base al procedimento analitico si operano rigide distinzioni e si riconduce l’oggetto a elemento noto, ossia comune a più oggetti.  La conoscenza analitica o scientifica crea dei simboli e schemi astratti, in maniera simile all’intelletto di Hegel  e tale conoscenza pensa alla realtà come fosse qualcosa di mobile, invece l’intuizione  è oggetto della metafisica che non coincide con il divenire di una struttura del pensiero in realtà  immutabile. Al contrario l’intuizione è la durata dell’immobile che non può essere tradotto in un’immagine simbolica o scientifica.  La vita interiore dell’intuizione coglie la sua essenza profonda che può essere penetrata soltanto attraverso l’intuizione metafisica.  In cosa consiste dunque la durata metafisica? Nell’insieme di stati di coscienza indistinti e che si prolungano l’uno nell’altro o “unità sui generis, che si muove e varia di colore, diventa unità concettuale immobile e vuota. Si tratta dunque di un vissuto o sostanza della vita della coscienza.  La vita pratica è dunque scandita per Bergson dall’intelligenza o materialità spaziale, divisibile con il pensiero che cerca  di cogliere l’immobilità degli eventi  in una figura o senso figurativo, immaginato, riprodotto e  spiegato invece la vita interiore è quel particolare “vissuto” qualitativo che si traduce in sentimenti, sensazioni e rappresentazioni che insieme costituiscono la durata dei fatti psicologici e soggettivi.  L’io è dunque durata del proprio “vissuto” che non si sottopone alla frammentazione dell’analisi scientifica e non diventano elementi di una traduzione astratta.

La filosofia di Bergson. ricerca la rappresentazione che diventa conoscenza disinteressata dell’oggetto, incentrata sulla cosa e non sul concetto della cosa, dunque se l’analisi scientifica ed anche psicologica opera sull’immobile, l’intuizione invece inserisce la mobilità nella durata.  Il passaggio dalla durata all’immobilità del concetto non è possibile in quanto è soltanto l’intuizione e non  il concetto intellettuale a cogliere la durata o vissuto profondo dell’io.

Dunque per Bergson,  l’idea   crea un pensiero  nella vita pratica ma è l’intuizione  in sé  enérgeia, atto progressivo e non ''cosa'” – la tesi centrale è che la vita, sin dalla sua origine è la continuazione di un solo e medesimo slancio vitale  (élan vital). A partire da un'origine comune, le specie tendono ad accentuare la loro divergenza nel corso dello sviluppo, ma proprio in base allo slancio vitale originario mantengono, in alcuni aspetti particolari, un'identica natura.

 La vita, che è una creazione che prosegue indefinitamente, procede per ''dissociazione'' e ''sdoppiamento''; si può dire che essa effettui uno scopo, che è intrinseco, immanente, anche in linee dell'evoluzione tra loro indipendenti. Bergson propone l'esempio dell'occhio: in esso la struttura complessa contrasta con la semplicità di funzionamento: questo dato non può essere spiegato mediante un meccanismo o attraverso il finalismo, né dalla concezione meccanicistica dell'evoluzione di Lamarck e di Darwin.    L'unità e la semplicità vitale dell'organo è reale, mentre la sua struttura complessa appare tale attraverso gli schemi intellettualistici dell'analisi scientifica. La natura infatti forma l'occhio in modo analogo al semplice e indivisibile atto con cui solleviamo una mano.  Bergson segue le tappe del percorso evolutivo, come si configura nel mondo vegetale e animale.

L'evoluzione degli Artropodi raggiunge un punto culminante diverso da quello raggiunto dai Vertebrati, rappresentato dall'uomo. Le due diverse linee di sviluppo sono segnate, rispettivamente, dal prevalere dell'istinto e dell'intelligenza; nell'uomo comunque si ritrovano entrambe queste ''tendenze''. L'istinto è la facoltà di utilizzare a fini naturali strumenti organici, mentre l'intelligenza è la facoltà di fabbricare oggetti artificiali; sul piano della conoscenza innata, il primo si rivolge alle ''cose'', alla materia, mentre la seconda ai ''rapporti'', alla forma.    Oltre c'è l'intuizione della realtà del divenire, della vita, che fa cogliere la ''genesi ideale della materia''. L'evoluzione segnata dallo slancio vitale talvolta si arresta, contrastata dalla legge del minimo sforzo e dell'autoconservazione, e ricade su sé stessa. La materia consiste in questa ricaduta, nell'''interruzione'' della tensione vitale, nell'insorgere del’individuazione.

La materia è anch'essa non una cosa, ma una tendenza o forza contraria, un movimento inverso rispetto al processo della vita e della natura. Per Bergson essa non è la negazione del processo di evoluzione, della ''realtà positiva'', ma la sua inversione, il suo opposto.      L'aporia del discorso bergsoniano deriva dal fatto che, al tempo stesso, la materia e l'estensione, di cui si deve spiegare la genesi, rimangono in sé un elemento di ''negatività interna'' alla positività dell'evoluzione creatrice. È l'uomo soltanto, come coscienza, libertà e apertura all'azione (diversa dall'automatismo dell'animale), che può sostenere lo slancio vitale e quindi la creazione, il divenire. All'origine della vita, dice Bergson, c'è una coscienza o ''supercoscienza'', che è un ''esigenza di creazione''. L'uomo, con le manifestazioni più elevate della sua attività e natura - la società, l'arte, la morale, la religione -, supera i limiti imposti dalla materialità e rappresenta, in ultima istanza, la linea vitale di  ogni coscienza possibile del reale. 

In senso Bergsoniano è importante la riflessione  della filosofa  Hersch, Jeanne. Nel suo nuovo saggio edito da Mondadori (2006) dal titolo “Essere e forma” l’autrice si sofferma, in particolar modo, sulla contemplazione.  La contemplazione riesce a dare,  alla materia, una forma che la trascende, in modo da superare la sua sostanza per caricarsi di sensazioni ed  emozioni che fanno parte dell’uomo in quanto individuo; significativo è l’esempio della finestra che in uno spirito contemplativo può addirittura causare “un’ebbrezza di apertura, di partenza, di altrove, di nostalgia”.   Non  è certo casuale che la contemplazione sia una delle qualità appartenenti all’artista e che, di conseguenza, l’arte rispecchi tali capacità, essendo la sola forma di conoscenza capace di creare: “L’arte è creazione e non soltanto azione” (p. 26). L’arte quindi riesce ad agire sulla realtà creando qualcosa che prima non era esistente, pur già esistendo i singoli elementi di cui viene a comporsi un’opera artistica: il marmo, ad esempio, esiste ancora prima che prenda forma in una statua. Se vi è dunque un’opposizione tra l’io e il non io, tra presa e materia, viene legittimo chiedersi il limite che demarca l’una e l’altra condizione, ovviamente rapportando tale limite alle varie forme di presa sulla materia. La Hersch, condivide la teoria kantiana per cui il binomio materia-presa non si annulla mai, e con essa la sua libertà: “Appena il limite è concepito come fisso, la libertà umana non ha più senso. La libertà è correlata alla mobilità del limite” .

Approfondimenti:

Hersch Jeanne – “Essere e Forma” Edizioni Mondadori – 2006

H. Bergson – Durata e simultaneità – Cortina Editore – anno  2004

Civita Alfredo - La funzione del riso  secondo Henri Bergson – Europa scienze umane Editrice – 2007 -

 

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