lunedì 23 ottobre 2017   ::  
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Lovelock - RIFLESSIONI SU GAIA

 

(di Luca Brezzi  - 10-09-2010)

 

Accanto alla scienza ufficiale, saldamente ancorata al dogma neodarwinistico dell’evoluzione secondo uno svolgimento pressoché meccanicistico, si fanno sempre più numerose e insistenti altre voci, che recuperano in modo sorprendente e del tutto inaspettato paradigmi olistici ispirati a una visione organicista della natura. Ludwig von Bertalanffy, nella sua Teoria generale dei sistemi (1966), F. Capra nei suoi lavori molto diffusi e non privi di suggestioni meritevoli di attenzione e ripensamento come La rete della vita (1996) e La scienza della vita (1997). La vita, sostiene il grande fisico E. Schroedinger (Che cos’è la vita?, 1944) ha un potere meraviglioso, che le scienze della natura inanimata non intendono né spiegano: essa risale la china dell’“entropia”, del fatale raggiungimento finale di uno stato di equilibrio termico irreversibile. La vita è dunque negazione dell’entropia (“neghentropia”) di cui non va dimenticato il contributo della “biologia filosofica” di  Hans Jonas.

Il carattere fondamentale della vita è la “diminuzione di entropia” e dunque è capacità di spostare sempre più in avanti il raggiungimento del massimo disordine dovuto al raggiungimento del punto “zero” dell’equilibrio termico. Per Lovelock ciò che spiega la vita sulla Terra non è affatto riducibile a combinazioni casuali fisico-meccaniche e chimiche. Va ricordato che  Lovelock fu incaricato dalla NASA negli anni ‘70, insieme a una nutrita équipe, di svolgere una ricerca sulle possibilità della vita su Marte. Poiché la ricerca era approdata a una risposta assolutamente negativa, nonostante la notevole somiglianza delle condizioni dell’atmosfera sulla Terra e su Marte, Lovelock si convinse che l’unica spiegazione possibile dell’atmosfera  della Terra, doveva consistere nel ricambio tra essa e la superficie terrestre, e di conseguenza i viventi della Terra esercitano un’influenza decisiva sull’atmosfera, con il loro metabolismo e con la loro respirazione. Lovelock  presuppose  dunque,  la presenza di una “vitalità” in tutto quanto l’organismo di Gaia. Da un punto di vista propriamente ecologico Lovelock trae conclusioni per noi allarmanti: la progressiva e sconsiderata deforestazione delle giungle tropicali ed equatoriali, la bonifica delle riserve paludose delle zone calde, la sciagurata sostituzione delle monoculture in queste aree, insieme all’incremento insopportabile di emissioni gassose che alterano l’equilibrio dell’atmosfera, avranno senz’altro, conseguenze disastrose per l’abitabilità della terra e soprattutto per la sopravvivenza della specie umana, che è la più vulnerabile e delicata. Alterare l’interdipendenza degli ecosistemi può costare un prezzo altissimo per la vita.  I risultati delle ricerche di Lovelock spalancano nuovi orizzonti all’ecologia. L’umanità della Terra, accecata dall’industrialismo e dalla fede rovinosa nel progresso tecnico, impoverisce, saccheggia e alla fine uccide irreversibilmente la vita sulla Terra.

Nel pensiero ecologista di Lovelock, ancbe se non con  qualche esagerazione si evidenza il pericolo  di ricadute irresponsabilmente irrazionalistiche, di reviviscenze di sapore “pagano” di idolatria della natura e della vita, in cui va perduto e sommerso pressoché del tutto il senso delle finalità del lavoro umano, della scienza e della tecnica come fonti e sorgenti di una ricerca di emancipazione che fa emergere lati intelligenti e spirituali dell’uomo irriducibili ad ogni assorbimento senza residui nelle potenze disindividuanti dell’“anima vitale”, indissolubilmente connesse a tutto ciò che è sotterraneo”, inconscio e “ctonio”.       Cercare un giusto e vero equilibrio non è in potere né dell’analisi storica delle idee, né della sociologia o di tutte le altre scienze umane nel loro complesso, ma soltanto della filosofia infatti, se non  possiamo rinunciare alle conquiste della razionalità che ha generato scienze e tecnica, possiamo tuttavia interrogarci sui loro limiti e sul necessario rapporto che essa intrattiene con le dimensioni della vita.       L’uomo dunque può, e deve anche emergere sulla “vitalità” e sulle pure forze del solamente “organico”, cui peraltro deve sapersi tenere vincolato e ancorato se non vuole distruggersi e compromettere in tutto e per tutto il suo stesso essere “spirituale”.

Necessaria sarà una diversa immagine dell’uomo , della vita della natura, cui  potrebbe anche valere una rinascita di sentimento  religioso non più subordinato alla tradizione e al passato. E tutto ciò anche con la collaborazione e con l’apporto delle scienze, e non contro di esse.

approfondimenti:

Bondi Roberto – testo Blu come un’arancia. Gaia tra mito e scienza – Edizione Utet  2006

 


 

 

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