lunedì 23 ottobre 2017   ::  
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Mohandas Karamchard Gandhi, detto il Mahatma  (Porbandar, 2 ottobre 1869 – Nuova Delhi, 30 gennaio 1948), è stato un'importante  guida spirituale per il suo paese, lo si conosce soprattutto col nome di Mahatma (in sanscrito "grande anima"), appellativo che gli fu conferito per la prima volta dal poeta Rabindranath Tagore. Un altro suo soprannome è Bapu, che in hindi significa "padre;  fu anche un filosofo  che seppe conciliare il benessere dello spirito, con quello del corpo facendo leva sul vegetarianismo e l'educazione alimentare che porta al rispetto degli animali e della natura.   

Una nota ricercatrice italiana ha recentemente  approfondito il tema del vegetarianismo anche attraverso la sua ricca documentazione storica. Il testo  - La cena di Pitagora  dell'autrice  Erica Joy Manucci è   presentato da  Giuseppe Abbati   (anche in qualità di socio  AVI) -.

aminamundi/21 gennaio 2015

 

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Mohandas Gandhi (1869-1948)

Alcuni aspetti della vita e del pensiero del Mahatma Gandhi

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MOHANDAS GANDHI nacque nel 1869 a Porbandar, una città sulla costa della penisola del Kathiawar, nell’India occidentale; apparteneva ad una famiglia devota all’Induismo, e il vegetarismo era parte integrante della loro religione. Tuttavia, come riporta nella sua autobiografia, da giovane Gandhi cedette per breve tempo alla tentazione di mangiare carne. Un amico gli aveva assicurato che mangiare carne lo avrebbe reso forte e coraggioso, e i suoi compagni attribuivano la capacità degli inglesi di dominare l’India alla forza superiore che derivava dal regolare consumo di carne.

In effetti questa fu la fine del suo consumo di carne perché, trascorso un po’ di tempo, quando la sua famiglia prese l’inattesa decisione di permettere a Mohandas di recarsi in Inghilterra per studiare legge, sua madre accettò di ritirare la sua ferma opposizione solo a patto che facesse solenne voto di astenersi dalla carne e dall’alcool mentre era lontano da casa. Gandhi prese questo voto molto seriamente e incontrò molte difficoltà per mangiare finché scoprì che a Londra esistevano dei ristoranti vegetariani e anche una Società Vegetariana, di cui diventò presto un membro entusiasta.

 La svolta decisiva

 Nel primo ristorante visitato Gandhi acquistò un’edizione economica del libro di Henry Salt La giustificazione del vegetarianismo.  Leggerlo rappresentò la svolta decisiva. Fino a quel momento aveva evitato la carne in ossequio al suo voto; ora il libro di Salt lo aveva convinto della motivazione morale. “Da quando ho letto questo libro, posso dire di essere diventato vegetariano per scelta”.

 La ricerca di appagamento nella religione che avrebbe poi permeato la vita di Gandhi iniziò in Inghilterra, quando assieme ad amici teosofisti lesse La Canzone Celestiale, una traduzione della Bhagavadgita, e la Luce dell’Asia, che racconta la storia di Buddha. Attraverso altri amici prese conoscenza del Nuovo Testamento, rimanendo fortemente colpito dal Sermone della Montagna.

Anche se Gandhi tornò in India nel 1891 con l’abilitazione alla professione di avvocato, non fu in grado di mettersi in affari come tale in patria. Così sfruttò un’offerta di lavoro in Sudafrica pervenutagli da una locale ditta mussulmana che aveva bisogno di un legale per seguire un caso piuttosto complesso a Pretoria. Là, dopo aver sofferto delle umiliazioni personali dovute a motivi razziali, Gandhi iniziò la sua lunga e prevalentemente vittoriosa rappresentanza dei suoi connazionali oppressi dalle leggi razziali del Natal e del Transvaal.

La sua diffidenza e incapacità di esprimersi sparirono e cominciò a mostrare il coraggio e la paziente fermezza nelle negoziazioni che lo avrebbero poi contraddistinto. Fu in quella lotta che sviluppò quella straordinaria resistenza non-violenta al male che chiamò Satyagraha (forza della Verità o forza dell’Amore). In complesso Gandhi trascorse ventinove anni in Sudafrica e durante quel periodo molto formativo riscoprì la religione dei suoi avi, sviluppando un apprezzamento critico dell’Induismo attraverso una conoscenza approfondita dei testi classici di quella religione.

La Gita divenne per lui “un’infallibile guida di condotta”. Era giunto a rendersi conto che doveva trovare Dio attraverso il percorso del servizio devoto descritto nella Gita. “Se mi trovavo totalmente assorbito nel servizio alla comunità, la ragione sottostante era il mio desiderio di autorealizzazione. Avevo interiorizzato la religione del servizio, perché sentivo che si poteva arrivare a Dio solo attraverso il servizio”.

Il non-attaccamento alle cose, e persino alla stessa vita, anch’esso imposto nella Gita, conferì a Gandhi la sua estrema serena impavidità, ed egli si persuase che per essere sempre libero di servire senza conflitto tra differenti doveri doveva imporsi, anche all’interno del matrimonio, la completa castità, che gli Induisti chiamano Brahmacharya.

Dopo aver riflettuto profondamente su cosa ciò implicava, e con l’accordo di sua moglie, fece questo voto per la vita. Trovò in un’alimentazione semplice e attentamente selezionata un importante aiuto per mantenere la sua promessa: “Il digiuno e la restrizione nell’alimentazione ora ricoprivano un ruolo più importante nella mia vita. La passione nell’uomo generalmente coesiste con la brama per i piaceri del palato, ed era così anche per me”. Nella convinzione che “stimolasse passioni animali”, e anche perché era venuto a conoscenza delle pratiche crudeli usate per incrementare la produzione di latte delle mucche a Calcutta, rinunciò al latte. In quel momento comprese che la frutta fresca e le noci costituivano un’alimentazione ideale.

Mentre stava compiendo questi progressi sulla via della consapevolezza religiosa e della semplicità di vita, Gandhi notò che la sua passione per il vegetarismo aumentava di pari passo con il suo desiderio di diffonderne il messaggio. Le due comunità con cui era in rapporti stretti in Sudafrica - l’insediamento Phoenix, e la successiva fattoria Tolstoy, un punto di incontro per i suoi discepoli nel Satyagraha, erano entrambe vegetariane, ed egli dava supporto e aiuto finanziario ai ristoranti vegetariani. In entrambi gli insediamenti, e anche nel successivo Ashram Sabarmati vicino a Ahmedabad, dopo il suo ritorno in India, i serpenti velenosi non venivano uccisi e tuttavia non si registrarono vittime da morsi di serpente.

L’etica di non danneggiare altre vite è parecchio differente dall’etica della cura compassionevole e può alle volte trovarsi in conflitto con quest’ultima, come successe a Gandhi. Per lui il comandamento induista dell’ahimsa (non-violenza) significava zelante attivismo, che egli dimostrò durante tutta la sua vita di servizio. Per esempio, scrisse della tutela delle mucche come l’evento centrale dell’Induismo: La tutela delle mucche per me è uno dei più straordinari fenomeni nell’evoluzione umana. Porta l’essere umano oltre la sua specie. La mucca per me rappresenta l’intero mondo al di sotto dell’uomo. L’uomo attraverso la mucca è obbligato a rendersi conto della sua identità con tutte le altre forme di vita. La tutela delle mucche significa la tutela di tutta la silente creazione di Dio”.

Tuttavia nessuno avrebbe potuto rimproverare i propri compatrioti per le loro mancanze più severamente di quanto fece Gandhi quando scrisse: “Attraverso ogni atto di crudeltà verso il nostro bestiame noi rinneghiamo Dio e l’Induismo. Non mi risulta che la condizione del bestiame in nessuna altra parte del mondo sia così terribile come nell’infelice India!”. Verso la fine della sua vita ribadì l’accusa nel Delhi Diary: “Il nostro bestiame è diventato un peso sul territorio per la nostra incuria. Criticare i Mussulmani per la macellazione delle mucche è una grossolana ignoranza. Io sostengo che sono gli Induisti che uccidono il bestiame lentamente conil loro maltrattamento”.

 Per contro Gandhi stesso divenne il bersaglio dell’ira degli Induisti in due occasioni. Nel 1926 il suo amico Ambadal Sarabhai, il proprietario del cotonificio di Ahmedabad, suscitò una forte collera quando ordinò l’uccisione dei cani randagi e malati di rabbia che vagabondavano nella regione. Gandhi lo difese sulle colonne di Young India, dove consentì che tutta la questione fosse ampiamente discussae citò le centinaia di casi di idrofobia curati nel locale ospedale. L’ignoranza continuava ad impedire che l’umanità vivesse in pace con gli altri animali: “Nella nostra ignoranza abbiamo il dovere di uccidere i cani malati di rabbia proprio come potremmo dover uccidere un uomo colto nel’atto di uccidere altre persone”. Due anni dopo Gandhi si espose di nuovo alle critiche: un vitello era malato senza alcuna speranza di guarigione ed egli approvò che si ponesse intenzionalmente fine alle sue sofferenze.

 Il comandamento dell’ahimsa (non-violenza) influenzò tutte le attività di Gandhi: “Completa non-violenza significa completa mancanza di ostilità verso tutte le forme di vita. Pertanto abbraccia anche la vita sub-umana, senza escludere gli insetti nocivi o le bestie. La non-violenza nella sua forma attiva significa perciò empatia verso tutte le forme di vita”.

 Questo è il tratto della vita di Gandhi che piacque particolarmente a Albert Schweitzer. Nel suo libro ll pensiero indiano e il suo sviluppo Schweitzer pose in relazione il pensiero indiano con la distinzione generale che cercò di evidenziare in Civiltà e Etica tra le impostazioni etiche che affermavano il valore della vita e cercavano di conservarla e di arricchirla, e quelle che negavano significato e valore al mondo e quindi non si proponevano di migliorarlo. A suo avviso l’impostazione della negazione del mondo e della vita era tipico pensiero indiano. Gandhi era un’eccezione: “In questo modo nell’affermazione della vita etica propria di Gandhi l’ahimsa (non-violenza) si libera dal principio di non-attività da cui origina e diventa un imperativo di esercitare piena compassione”.

 

 Approfondimenti:

Gandhi's Truth, Erik Erikson:

 The Story of My Experiments with Truth, M. Gandhi.

Indian Thought and its Development, Albert Schweitzer.

 Indian Philosophy, S.Radhakrishnan Vol.1 CH. IX The Theism of the Bhagavadgita.

 

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 La cena di Pitagora

"La cena di Pitagora" storia del vegetarianismo dall'antica Grecia a Internet

autrice: ERICA JOY MANUCCI

Carocci Editore /

 

a cura di Giuseppe Abbati

 

La storia del vegetarianismo da Pitagora ai giorni nostri  - il rispetto degli animali anche a tavola!

alcuni capitoli sono stati tratti dal testo di Erica joy Mannucci (Docente di Storia Moderna presso Università di Milano-Bicocca):

1. Banchetti senza stragi e sangue[modifica

L'immagine di Pitagora come iniziatore del vegetarianismo è legata ai versi delle Metamorfosi di Ovidio, che lo descrivono come il primo a scagliarsi contro l'abitudine di cibarsi di animali, da lui reputata un'inutile causa di stragi, dato che già la terra offre piante e frutti sufficienti a nutrirsi senza spargimenti di sangue.

Ovidio lega il vegetarianismo di Pitagora alla sua credenza nella metempsicosi, secondo cui negli animali non vi è un'anima diversa da quella degli esseri umani. Nella metempsicosi credeva anche Empedocle, il quale a sua volta seguiva la dieta pitagorica e rifiutava il sacrificio di animali.

Platone, nelle Leggi, parla di una felice età arcaica in cui gli uomini avevano un particolare rispetto per la vita e non uccidevano gli animali né per nutrirsene né per offrire sacrifici agli dèi; Platone dice che questi antenati seguivano i modi di vita orfici, ispirati cioè alla figura mitica di Orfeo, il quale viveva in un rapporto di incantamento con gli animali e la natura. Nella Repubblica, Platone prescrive ai membri della città ideale una dieta vegetariana, affinché vivano nella moderazione.

Aristotele sostiene una radicale differenza tra uomini e animali, tanto da escludere la possibilità di una giustizia verso questi ultimi, ma alcuni suoi discepoli, come Dicearco e Teofrasto, affermano invece che uccidere gli animali è ingiusto, perché comporta loro sofferenza e li priva della vita.

Quinto Sestio ritiene che l'uccisione degli animali sviluppi nell'uomo l'abitudine alla crudeltà e che l'alimentazione carnea sia un lusso da rifiutare, contrario alla costituzione umana.

Seneca – a differenza di altri stoici che ritenevano gli animali privi di ragione – riferisce, nelle Lettere a Lucilio, di aver condiviso in gioventù le motivazioni che avevano indotto Pitagora e Quinto Sestio ad astenersi dalla carne, trovando inoltre che la dieta vegetale fosse gradevole e salutare, ma di averla dovuta abbandonare perché, sotto l'imperatore Tiberio, il rifiuto della carne veniva considerato prova di appartenenza ad un culto straniero e quindi di sovversione.

Plutarco scrive che gli animali, essendo esseri animati, sono dotati di sensibilità e di intelligenza come gli umani. Nel saggio Del mangiar carne critica aspramente e con un linguaggio crudo quella che considera l'efferatezza di chi imbastisce banchetti con animali morti e fatti a pezzi. Plutarco sostiene il valore della vita di ogni essere animato.

Porfirio, nell'opera Astinenza dagli animali, afferma che il consumo della carne e il sacrificio di animali sono uno sviluppo del cannibalismo e del sacrificio umano. Tra uomo e animale c'è piena continuità (entrambi possiedono ragione e linguaggio) ed è falso che Dio abbia creato gli animali per l'uomo. Gli uomini negano che gli animali siano dotati di ragione solo per soddisfare la loro ghiottoneria di carne.

Giamblico, allievo di Porfirio, scrive, nella sua Vita pitagorica, che l'alimentazione vegetale, consistendo di alimenti "puri" come quelli dell'Età dell'oro, ricongiunge gli uomini agli dèi.

 

2. Forse che Dio si prende cura dei buoi?

San Paolo si chiedeva: «forse che Dio si prende cura dei buoi?» (1 Cor 9,9), supponendo che la risposta fosse «no».

Con il cristianesimo vengono aboliti i sacrifici animali, ma l'astensione dal consumo di carne – se mossa dalla compassione verso gli animali – viene vista con sospetto perché caratteristica di alcuni movimenti ereticali quali i manichei, i catari, gli albigesi e i bogomili. Accadeva, nel medioevo, che le autorità riconoscessero gli eretici perché, messi alla prova, questi si rifiutavano di uccidere un pollo.

San Francesco d'Assisi porta, forse per primo, il rispetto per gli animali nell'ambito dell'ortodossia.

Alcuni secoli dopo, San Francesco di Paola fonda un ordine votato alla perpetua vita quaresimale (con astinenza, motivata da ascetismo religioso, dai "cibi di grasso", compreso il pesce), tanto che oggi è stato chiamato «santo vegano».

 

3. La grande oppressione degli uomini e degli animali

Leonardo da Vinci è vegetariano e si distingue, tra i personaggi del suo tempo, per la pietà verso gli animali, come ad esempio gli uccelli, che liberava dalle gabbie.

Erasmo da Rotterdam e Tommaso Moro, sulla scia della riscoperta umanistica di Platone, auspicano il ritorno dell'uomo ad un'armonia con la natura in cui cessino le violenze sugli animali. Alvise Cornero promuove l'ideale di una «vita sobria» a partire dall'alimentazione.

Montaigne critica, in diverse opere, la presunzione dell'uomo di essere superiore agli altri animali, affermando l'esistenza di un obbligo etico di «grazia e benignità» verso di essi.

L'astensione dal consumo carne è in quest'epoca relativamente diffuso tra quei protestanti radicali che auspicano un pacifismo universale contrario in assoluto agli spargimenti di sangue; una figura emblematica è Thomas Tryon, la cui lettura persuade Benjamin Franklin ad adottare il vegetarianismo. A Tryon s'ispira direttamente Benjamin Lay.

 

4. Un lusso gentile

Cartesio sostiene che gli animali siano delle macchine senza coscienza e senza capacità di soffrire, legittimando così, oltre al consumo di carne, anche la vivisezione. Ciò nonostante egli è vegetariano perché convinto che faccia bene alla salute.

 Come lui, anche altri uomini di scienza e medici dell'epoca – tra cui Gassendi, Linneo, John Arbuthnot – prescrivono il vegetarianismo per la salute umana, ma senza interesse per gli animali.

Il medico britannico George Cheyne, che annovera fra i suoi pazienti il poeta Alexander Pope e lo scrittore Samuel Richardson, diffonde un vegetarianismo fortemente improntato su argomentazioni salutistiche, che fa appello in subordine alla compassione verso gli animali.

Il medico fiorentino Antonio Cocchi, oltre a sostenere gli effetti salutari di una dieta latto-vegetariana, dichiara di ammirare il rispetto che Pitagora mostrava verso la natura.

Con Voltaire – la difesa del vegetarianismo torna ad associarsi con forza, in opposizione a Cartesio, alla denuncia delle crudeltà verso gli animali e quindi anche alla condanna della vivisezione.

L'abate Condillac, nel Trattato degli animali, nega che la sensibilità degli animali sia diversa da quella degli esseri umani, mentre il naturalista Charles Bonnet, nella Palingenesie philosophique, afferma che ciascun animale possiede un carattere individuale, una ragion d'essere propria e un'anima immortale.

 5. Non siamo struzzi

Nel 1791 vengono pubblicate tre opere contenenti appelli in difesa degli animali: The Cry of Nature, del rivoluzionario scozzese John Oswald, il Forsøg dell'ecclesiastico danese Laurids Smith, e Suite des voeux d'un solitarie dello scrittore francese Jacques-Henri Bernardin de Saint-Pierre.

Tra i romantici, Percy Bysshe Shelley, dopo aver abbracciato il vegetarianismo, scrive A vindication of Natural Diet, in cui considera la dieta carnea all'origine di violenze, malattie e avidità.

Nel 1847 nasce in Inghilterra la prima organizzazione vegetariana al mondo, la Vegetarian Society, e vent'anni dopo il teologo Eduard Baltzer fonda una associazione vegetariana in Germania.

Molte sostenitrici dei diritti della donna – tra cui Mary Wollstonecraft, Margaret Fuller, Harriet Beecher Stowe, Susan Anthony – sono vegetariane e scrivono per sensibilizzare verso le sofferenze animali.

Il romanziere russo Lev Tolstoj, che dopo i cinquant'anni diventa paladino del pacifismo e del vegetarianismo, racconta nell'articolo Il primo passo la sua visita ad un mattatoio e l'orrore suscitatogli da questa esperienza. «Non siamo struzzi» – scrive – e «non possiamo fingere di non sapere».

Henry Salt, in Animal Rights, inizia a parlare di «diritti animali». Scrive inoltre un libro intitolato Difesa del Vegetarianismo, che viene letto e apprezzato da attivisti vegetariani come Gandhi e George Bernard Shaw.

(....)

Negli ultimi decenni del XX secolo il vegetarianismo ha avuto risonanza grazie anche a vip vegetariani quali Charlotte Rampling e Julie Christie, o a musicisti ecologisti come Michael Stipe e Sting, per citare alcuni esempi.

Filosofi come Peter Singer e Tom Regan hanno dedicato dei libri alla denuncia delle condizioni degli animali d'allevamento e alle ragioni etiche del vegetarianismo.

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A cura di: Giuseppe Abbati   - (socio AVI)

L' Associazione Vegetariana Italiana (A.V.I) -  nata nel 1952 da Aldo Capitini, docente di filosofia morale all'Università di Perugia, apostolo della non-violenza.

Dopo la morte di Capitini, nel 1968, la Società Vegetariana Italiana cambiò la sua sede da Perugia a Milano e nel 1970 il Dottor Ferdinando Delor cambiò il nome in Associazione Vegetariana Italiana, proseguendo sulla linea ideale tracciata da Capitini. Con alcuni collaboratori costituì un'organizzazione più capillare e iniziò la pubblicazione del trimestrale L'Idea Vegetariana, partecipò assiduamente a convegni e incontri a livello internazionale divulgando articoli e volumi sul vegetarismo come scelta etica, sulle proprietà degli alimenti e sulle considerazioni scientifiche. Da allora l'Associazione Vegetariana Italiana ha avuto una continua evoluzione, inserendosi a tutti gli effetti nel movimento vegetariano europeo e mondiale.  

 

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