lunedì 23 ottobre 2017   ::  
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Della Porta Giovan Maria

la fisiognomica nel Seicento  (Napoli, 1535-1615)


 

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Per comprendere l'affiancamento della fisiognomica secentesca da ogni tipo di schema, sempre riduttivo e analogico, è opportuno porre mente all'affermarsi di una nuova mentalità scientifica che modifica il rapporto visivo dell'uomo con la realtà. Attraverso il cannocchiale galileiano gli astri risultano spersonalizzati e i loro influssi non presiedono al mondo terreno; grazie al microscopio linceo diviene possibile il "ritratto" dal vivo dei corpi animali, non più considerati solo all'interno di un sistema di ambigue equivalenze con il corporeo umano.

 Proprio la specializzazione dello sguardo determinata dalle nuove tecnologie può avere favorito la riscoperta dell'uomo riguardato da un occhio addestrato alle esigenze specifiche e mutevoli di un individuo che acquista maggiore consistenza interiore rispetto al passato.

Non a caso già con Della Porta, la fisiognomica scopriva sorprendenti affinità con l'ottica scientifica nell'attenzione alle microscopie somatiche e con la tradizionale catottrica, in quanto studio dei fenomeni di riflessione e dei mirabili artifici con cui gli specchi arricchiscono la capacità percettiva dell'occhio. 

L'esplicito rimando all'introspezione speculare socratica e senechiana apporta allora, nella fisiognomica, quella dinamica della non coincidenza tra esteriorità ed interiorità, tra riflettente e riflesso, che veniva attribuita nel Seicento all'anamorfosi; l'operazione prospettica utilizzata sia per deformare le immagini naturali, sia per rettificare le fisionomie snaturate, all'interno  dello stesso universo illusorio. Solo che per la fisiognomica si tratta poi di condurre alla superficie dello specchio corporeo il precipitato figurativo dell'anima, il suo riflesso più profondo.

Ecco dunque la versione barocca della "finestra aperta sul cuore" nei termini di una visione mediata e provvisoria, a proposito della quale la cultura del classicismo romano, che non conosceva ancora i prodigi di Athanasius Kircher, può riferirsi all'insegnamento paolino in base al quale l''uomo vede "per speculum in aenigmate" alle riflessioni di Lispsio intorno all'autoconoscenza come sdoppiamento "quadrum reflexu" senza volere poi rammentare gli effetti emotivi che il Marino persegue nella metamorfosi del suo ingegno oftalomoscopico.

Solo in tempi recenti la fisiognomica rientra nell'ambito dell'antropologia e della retorica. Con Karl Bühler (Teoria dell'espressione. Il sistema alla luce della storia, 1933-trad.it.Roma, 1978) la fisiognomica viene valutata in rapporto alla psicologia della percezione e alla funzione rappresentativa della gestualità patognomica e pantomimica. 

Sui concetti di carattere e somiglianza all'interno di una filosofia della lingua, riflette Walter Benjamin nei saggi Destino e carattere e Sulla facoltà mimetica (ora in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Torino 1962). Più di un accenno alle intersezioni tra fisiognomica e retorica è contenuto in E. Raimondi,  Letteratura barocca. Studi sul seicento italiano, Firenze 1982 e nelle pagine dedicata al Seicento in A.Battistini - E.Raimondi, Le figure della retorica. Una storia letteraria italiana, Torino 1990.

 

Della Porta, studi sulla fisiognomica:

Nella sua istanza epistemologica più decisa e rigorosa il pensiero occidentale ha costantemente espresso, quale ambizione estrema del suo sforzo speculativo, l'ideale di un'epifania della verità in termini di pura ed immediata interiorità, spoglia di ogni apparenza o rivestimento esteriore.

Veicoli di tale ideale, connaturato alla ricerca della trasparenza assoluta , risultano la realtà storica e la forza di modellazione teorica della fisiognomica; una scienza  quasi divina, indiziaria e profondamente fondata sulla leggibilità del legamento sensibile che avvolge e sotrae il nucleo invisibile dell'anima. La singolarità della fisiognomica sembra consistere nel presupposto di un corporeo onnisignificativo - sezionato nelle sue minime componenti durante un'intera sequenza di secoli - come condizione del manifestarsi dell'autenticità dell'uomo nella sua essenza invariabile, al di là della transitorietà degli individui. Strana situazione questa, necessaria e paradossale ad un tempo, in cui l'occidente rivela una propria aporia gnosologica costitutiva: si deve ricorrere alle figure sensibili per esprimere il desiderio di una conoscenza che non avrebbe bisogno del corpo, senza presumere di definire nulla di più o di meno che la condizione generale in cui si rivela la verità interiore, ed escludendo precisamente ciò che definisce l'assoluta individualità di ogni corpo animato.

Per Aristotele, la classificazione delle generalità umane rappresentava il punto d'arrivo della teoria ippocratica degli umori, secondo cui i caratteri morali risultavano predeterminati  dal temperamento fisico che dipende a sua volta dall'equilibrio tra sangue, flemma, bile gialla e bile nera. A parere di Teofrasto poi, la configurazione  concreta di tali elementi aiutava l'individuo a distinguere le costanti psicofisiche determinanti, a conoscere le forme cristallizzate dei fenomeni umani, naturali, celesti, assimilabili in virtù di un'analogia biologicamente fondata.

Con tale paradigma lo Pseudo-Aristotele, autore di un trattato assai autorevole in materia fisiognomica fino alla fine del Cinquecento (introdotto in latino da Bartolomeo da Messina, già ai tempi di Federico II), analizzava le inclinazioni naturali e le passioni visibili sui corpi degli uomini in relazione con quelle degli animali, più facilmente decifrabili perché arretrati nella scala degli esseri viventi.

Di più, la teoria caratterologico-temperamentale giustificava l'attenzione con cui la fisiognomica, in particolare quella di tradizione araba, rivolgeva lo sguardo agli astri per riconoscere l'influenza siderale sul microcosmo degli umori corporei, freddi, caldi, secchi, umidi, secondo la qualità dei pianeti, e la forza modificante dei loro idoli (Saturno la melanconia,la bile nera e i nati sotto il segno della sua influenza).

Il metodo dello zoomorfismo e la vocazione astrologica costituiscono i fondamenti della scienza fisiognomica durante il Medioevo e il Rinascimento e caratterizzano l'indagine enciclopedica del mago napoletano Giovan Maria Della Porta (1535-1615) intrapresa allo scopo di aiutare l'uomo "politico" nel riconoscimento dei caratteri e nella selezione delle fisionomie all'interno della propria specie.

Affermando la necessità sociale dell'osservazione tipologica, per il beneficio che può derivare dalla conoscenza immediata delle intenzioni altrui, nell'opera DELLA FISIONOMIA DELL'UOMO (Napoli-1586), il Della Porta si ricollega alla concezione classica dell'uniformità della natura umana e della potenza dell'animalità, ma si aggiunge la consapevolezza di due nuove varianti, tipicamente tardo-rinascimentali e secentesche; l'elemento di instabilità delle passioni, spesso fuggitive ed insondabili e la relatività storica dei costumi, sempre contraffatti dalle leggi dell'interazione sociale. 

Ed è una piccola rivoluzione all'interno della scienza fisiognomica ordinaria, inaspettatamente costretta a prendere atto che il possibile decentramento dei caratteri, rispetto alla sua essenza umorale, modifica la distanza tra interiorità ed esteriorità.  Ne consegue intanto il problema dell'affidabilità dell'apparenza corporea, alterata dalla tenebrosa "caligine" della simulazione, a proposito della quale il Della Porta richiama l'autorità di Seneca in materia morale.

"Si scorge talvolta sotto sembianze di uomo benigno, come afferma Seneca, come animo di fiera, anzi più fero delle più fiere fere.  Per questo desidero sommamente Socrate, acciò che giamai non s'avesse ad ingannare uomo, che fusse  una fenestra  nel petto; che così non potrebbe star nascosto un cuor doppio, ma a ciascun fusse lecito scorpire le volontà, i pensieri, le verità e le bugie. A questo gran male, a cosiì giusto desio di Socrate, ecco soddisfa a pieno la fisionomia"

Proprio la questione della corporeità sospetta, ostacolo per ogni congettura ingenua sulle fisionomie, favorisce dunque la formazione di uno sguardo interiorizzato - una finestra aperta sul cuore, secondo la metafora della "sinceritas" attribuita a Socrate da Vitgruvio - che si traduca in ricerca morale autonoma del sistema psicofisico delle inclinazioni temperamentali. E scrive ancora il Della Porta

"Potrà ancora questa scienza non solo dal conoscere gli altri costumi esser giovevole, ma de' suoi propri, acciò che noi stessi di noi medesimi diventiamo fisionomi  Abbiamo letto appresso gli antichi Socrate filosofo aver usato lo specchio  per la buona instituzion de' costumi, il che fu ancor accettato da Seneca, che l'uomo possa specchiar se stesso, perché conoscendo le nostre imperfezioni ricorriamo al consiglio e all'emenda."

In tal esercizio di fisiognomica su se stesso, l'individuo si pone severamente dinnanzi allo specchio dell'anima; non riconoscendosi nell'immagine aristotelica astrologico-naturale - nella quale i segni fisiognomici funzionerebbero come predeterminazione del destino - apprende la responsabilità di un'architettura interiore non vincolata al corporeo. Ogni uomo può smentire l'aspetto fisico, anche il più ripugnante, riformando il carattere, ma può anche mascherare, sotto apparenze amabili i costumi corrotti.

L'armonia prestabilita tra l'interiore e l'esteriore è ormai entrata in crisi. Questo relativismo della congettura fisiognomica appare particolarmente imbarazzante a quella degli umani naturalmente equilibrati, i "caratteri" richiedono di fatto, e d'anticipo sulla psicologia ottocentesca, nuove ipotesi ermeneutiche dinanzi alla complessità generale dei comportamenti. Così la conoscenza  degli altri diviene sempre più incerta mentre progredisce, per effetto di contraccolpo, quella di se stessi come conquista consapevole ed inquietante dello spazio discontinuo tra essere ed apparire. E' probabile che il Della Porta avvertisse l'inadeguatezza del modello fisiognomico aristotelico grazie alla sua attività drammaturgica, che lo predisponeva alla ricerca di identità incostanti e travestimenti di personaggi che sapessero reinventarsi con il gusto retorico della coeva commedia dell'arte. Gli resta però la fiducia nella leggibilità del visibile, scrupolosamente catalogato e dilatato sino al limite del caricaturale e del grottesco zoomorfico, con l'ambizione di una fisiognomica onnicomprensiva che risolva magicamente la questione morale delle inclinazioni viziose attraverso "purgazioni d'amori naturali rimedi e virtù di erbe, pietre ed altre cose ed occulte proprietadi" ossia con i mezzi già sperimentati dalla tradizione della caratterologia umorale.

In nome del libero arbitrio Della Porta deve comunque negare la  causante siderale dei comportamenti, anche per le sollecitazioni della teologia post-tridentina e ridimensionare poi il suo habitus scientifico allorché divenuto accademico Linceo a partire dal 1610, è costretto ad affrontare la concorrenza dei "moderni" matematici negli studi di ottica.

La duplice esperienza negativa sul piano biografico - come mago e scienziato - non muta lo stile di pensiero dell'anziano Della Porta, che rimane fondamentalmente legato ad una fisiognomica di tipo aristotelico, mentre ormai all'inizio del Seicento, si fa strada una diversa prospettiva sull'uomo e sulla sua interiorità.

(Sara Fabriano) - aprile 2016

 

approfondimenti:

Della Porta, De i miracoli et meravigliosi effetti dalla natura prodotti, Venezia 1611, IV, 13

Diogene Laerzio - Vitae Philosophorum, - cifr. Seneca, op. cit 1,17,4.

 

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