giovedì 27 luglio 2017   ::  
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IL NULLA

autore: Roberto Fabris


Roberto Fabris, con questo breve scritto - il nulla - apre un   dialogo sul "nulla". Come si può pensare al nulla e dimostrarlo  nell'estensione  storico-temporale? Il nulla è solo  morte?   La duplice esigenza di questo dialogo corre energicamente dietro le file di una  provocazione filosofica che passa  dalla  visione, arida, delle scienza senz'anima, al  cristianesimo  di  Tolstoj  il quale come  Kant  pone una limitazione alla  conoscenza umana.  Anche per Roberto Fabris  questo limite umano non è  "nulla"  ma una ricchezza  dell'essere  vivente  che  partecipa  alla  realtà, estremamente seria, da  preservare  per non   annullarla  o mortificare.     mb

 

  

 

    IL NULLA

    “Vien dopo tanta irrision la Morte. E poi?

 

E poi? La Morte è il Nulla”. Così sentenzia Jago, che pure afferma di credere in Dio, per Jago “un Dio crudel che m’ha creato simile a sé, e che nell’ira io nomo”. In effetti non c’è contraddizione tra credere in Dio e non credere all’immortalità dell’anima, sono questioni distinte. All’epoca di Gesù i sadducei, che appartenevano alle alte sfere sacerdotali della nazione giudaica, respingevano la fede nell’oltretomba. Né credere nella sopravvivenza dell’anima implica credere in Dio: il buddismo è una religione sostanzialmente atea, e il nulla i buddisti devono meritarselo attraverso la rinuncia al mondo e la pratica ascetica. Per i buddisti il nulla è la salvezza, per Jago la conclusione inevitabile della “tanta irrision”. Sono due nulla ovviamente assai diversi. Ma esiste il nulla?

 

Il concetto del nulla ci viene tutto da quel “dopo” pronunciato da Jago, cioè dal suo e dal nostro concepire il tempo come la successione, l’ordine fatale dell’essere e del non essere nelle mutazioni, la nostra idea del tempo non è che la percezione immediata di questa successione e ordine. Il tempo non è nelle cose, non è una cosa, ma si manifesta nelle cose, o meglio nella nostra percezione delle cose. La sua natura rimane, e rimarrà sempre, misteriosa. La scienza ci dice che la geometria dello spazio-tempo si curva in presenza della massa, ma con ciò non ci dice cosa è il tempo. Possiamo apprendere dalle trasformazioni di Lorentz che se un nostro gemello viaggiasse per dieci anni a velocità elevatissima, tornerebbe a casa un anno più giovane di noi (avendo egli vissuto soltanto per il tempo di nove anni durante i nostri dieci), ma anche questa informazione non ci spiega cosa sia il tempo, tutt’al più può suggerirci il pensiero che il tempo non è proprio come a prima vista ci appare. E molto spesso le cose non sono come ci appaiono: se, per esempio, all’uscita dallo stretto di Gibilterra, una nave puntasse la prora dritta su New York (cioè a rotta costante), potremmo pensare che stia percorrendo la via più breve, mentre il percorso più breve si ottiene seguendo una rotta variabile con la gobba rivolta verso nord, iceberg permettendo. E il sistema tolemaico, quando entrò in conflitto con la concezione copernicana, corrispondeva da molti secoli alle più scrupolose osservazioni, era cioè perfettamente conforme alle percezioni degli astronomi, laddove Copernico non poté invece mai dare una dimostrazione valida del moto di rivoluzione dei pianeti attorno al Sole: la sua teoria andava contro i sensi. Perché dunque avere tanta fiducia che il mutare delle cose sia come ci appare, che il loro essere e non essere nel fluire del tempo sia una verità assoluta, che il tempo sia come da noi percepito, nel continuo divenire dal passato verso il futuro attraverso l’istante infinitesimo del presente, che questo tempo sia la legge delle cose? 

 

La scienza non ci dirà mai cos’è il tempo, come non ci dirà mai cos’è la materia: la scienza non spiega nulla, descrive soltanto il comportamento della materia, e quando realizza una teoria (temporaneamente?) comprovata dai fatti, produce soltanto una  capacità di prevedere il succedersi di determinati eventi, i quali però rispondono sempre a leggi proprie, non a quelle degli scienziati. Tolstoj racconta del generale Kutuzov che, vista perduta la battaglia, e  non volendo ordinare la ritirata che avrebbe palesato la sconfitta ai suoi soldati, ordinò gli spostamenti delle colonne in modo da realizzare il ripiegamento dando l’impressione alle truppe di continuare la battaglia sotto il suo comando. Anche il principe di Salina, come ci narra Tomasi di Lampedusa, aveva talvolta l’impressione che gli astri, con la loro assoluta puntualità agli incontri con il telescopio, obbedissero ai suoi calcoli. Ma il principe sapeva che la natura può benissimo fare a meno della scienza, mentre è la scienza a non poter fare a meno della natura. Natura che non può invece fare a meno di noi, che ne siamo parte.

 

I filosofi hanno variamente interpretato il tempo. Per Parmenide è una nostra illusione, così come gli eventi. Heidegger è al contrario talmente sopraffatto dalla potenza del tempo, da dichiarare che l’esistenza dell’uomo è autentica soltanto quando comprende chiaramente e realizza emotivamente la propria radicale nullità. Per Kant, con il quale in tutta modestia sentirei di concordare, il tempo è una condizione a priori della nostra percezione e, fuori di noi, non esiste. Thomas Stearns Eliot, in questi versi che aprono il poema “Burnt Norton”, indica un superamento della divisione tra le tre determinazioni del tempo, passato, presente e futuro: Time present and time past / are both perhaps present in time future, / and time future contained in time past. / If all time is eternally present / all time is unredeemable.  (Il tempo presente e il tempo passato / sono entrambi forse presenti nel tempo futuro, / e il tempo futuro contenuto nel tempo passato. / Se tutto il tempo è eternamente presente / tutto il tempo è irredimibile.). Kant si avvale del concetto di noumeno per indicare quello che forse è il punto di maggior ricchezza del suo pensiero: la distinzione tra il fenomeno e la realtà  inconoscibile e indescrivibile della cosa in sé (Ding an sich). Il noumeno è una rappresentazione o idea della ragione umana, è il modo in cui il pensiero cerca di rappresentarsi ciò che va oltre la sua capacità di conoscere, è un concetto-limite. “L’orgoglioso nome di ontologia - dice Kant - deve cedere il posto a quello modesto di semplice analitica dell’intelletto puro”. Questa modestia è del tutto ignota al materialismo metafisico, vero e proprio atto di fede gnoseologico che pone come dogma l’inesistenza di alcuna differenza tra il fenomeno e la cosa in sé.   Il tempo dunque, e il nulla. Qualche anno fa prese fuoco una roulotte in  cui alloggiava una famiglia di rom, e il figlio quindicenne portò in salvo i genitori e i fratelli, ma si accorse che la sua giovane sposa era rimasta all’interno. Allora entrò nelle fiamme per soccorrerla, e morì con lei. Può questo amore sparire nel nulla? Nel nulla di Jago? O non è piuttosto questo amore sufficiente a giustificare il mondo?

 

Questo amore era un effetto degli ormoni? Ma se gli ormoni sanno produrre tale amore, se la materia muove a tal punto le anime, è la materia un groviglio casuale di cieche particelle, o non piuttosto quell’inconoscibile realtà indicata da Kant?  Il nulla, dice Jago, e molti con lui, anche se, è ovvio, lontanissimi dalla proverbiale malvagità del personaggio verdiano. Io ne so quanto chiunque altro, ma non riesco a credere che l’amore di quel rom possa racchiudersi nella radicale nullità di Heidegger. No, l’amore di quel meraviglioso ragazzo non è scomparso nel nulla, non me ne convincerebbe neppure Padre Eterno se venisse qui a dirmelo.

 

Noi non possiamo capire tutto. Ma ciò che accade è vero, e una verità non scompare. Essa è. Forse è una cosa diversa da come ci appare, ma è. Ciò che abbiamo vissuto, ciò che ognuno di noi vive, vivrà, o avrà vissuto, è. Abbiamo tutti visto molti filmati sull’olocausto: tra le tante atrocità mostrate ai nostri sguardi, l’evento che mi ha trafitto, non so dire perché più di tanti altri orrori,  è una scena di pochi attimi in cui una giovane donna viene spinta verso l’angolo di un cortile da un soldato tedesco, che con l’altro braccio afferra per una mano il suo bambino di pochissimi anni e lo butta di lato; poi il bambino riappare ancora un istante sullo schermo mentre muove i suoi passetti veloci verso la mamma ormai irraggiungibile. Può l’angoscia di quel bambino sparire nel nulla? In quale nulla? Dov'è questo nulla? Qualcuno lo ha visto? Né sparirà di certo mai nel nulla lo strazio di sua madre, né nel tempo né fuori del tempo, perché le cose, il mondo delle cose, è una realtà estremamente seria, non siamo nati per scherzo, le nostre gioie, i nostri atti, le nostre pene sono, come ogni altra cosa, lì dove è il significato ultimo di tutte le cose. Le nostre speculazioni filosofiche  forse possono scherzare, come le nostre idee, i nostri convincimenti. Non le nostre vite, non i nostri destini.          

 

 (Roberto Fabris - 07 maggio 2017)


 

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