lunedì 23 ottobre 2017   ::  
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PUNTO NAVE

 

di: ROBERTO FABRIS   (Trieste,) 

 

Eravamo in avvicinamento a Pusan. Sulla carta nautica erano ancora segnati i campi minati della guerra di Corea, conclusasi pochi anni prima. Sapevamo che con ogni probabilità le mine erano state tolte, ma nel doveroso dubbio seguivamo una rotta il più precisa possibile. Improvvisamente il comandante mi disse: “La me rilevi Ciodo” *. Non capii di cosa stesse parlando, ma era chiaro che voleva un punto nave. D’istinto guardai la costa alta e scoscesa, e individuai un monte dalla forma assolutamente singolare, con la cima piatta, che mi ricordò appunto la testa di un chiodo. Una montagna con quella forma sarebbe stata in ogni caso di facile identificazione sulla carta, così la rilevai, poi  rilevai il faro, e andai in sala nautica per tracciare i rilevamenti. Guardando la carta localizzai immediatamente quella singolare montagna, e lessi stupefatto il nome “CHODO” sulla sua vetta piatta. Era il nome coreano di quella montagna a forma di “ciodo”. Così toccai con mano il bizzarro destino dei nomi e dei dialoghi umani. Risultò che eravamo entrati, sia pur di poco, nella zona minata, e il comandante corresse la rotta. Poche ore dopo, all’alba del giorno seguente, giunse il  tifone. A quei tempi i cicloni non venivano rilevati e seguiti via satellite, e avevamo ricevuto nei giorni precedenti soltanto qualche messaggio radio sui suoi spostamenti, ma nulla che ci indicasse che stava per investire Pusan. Il tifone comunque non arriva di colpo, dalla calma si alza il vento, che poi cresce rapidamente in poche ore. Eravamo in rada con diverse altre navi all’interno delle dighe, e dalle cinque e mezzo del mattino eravamo tutti sul ponte di comando. Si guardava di prua, dalla parte del mare aperto da dove soffiava il vento. Non so perché, forse perché come allievo ufficiale mi sentivo meno responsabilizzato degli altri, uscii sull’aletta e guardai verso poppa, e mi parve che il molo si fosse avvicinato. Guardai di nuovo poco dopo e non ebbi più dubbi: le ancore non reggevano lo sforzo. Avvisai il primo ufficiale, mio superiore diretto, che comprese immediatamente la situazione e disse al comandante che dovevamo spostarci subito. Ma il comandante sembrava non sentirlo, era bloccato. Non temeva certamente per le nostre vite, che non direi fossero in pericolo, ma era sconvolto, immagino, per la responsabilità di danni o peggio alla nave posta sotto il suo comando, per una situazione che sentiva di non riuscire a controllare e che in quel momento lo sopraffaceva. Il primo ufficiale ripeté più volte la sua esortazione, ma senza esito, senza ottenere alcun cenno di risposta dal comandante pietrificato, e allora prese lui il comando, mi disse di telefonare a prora di salpare le ancore e buttò il telegrafo di macchina sull’avanti tutta.

Trascorso qualche minuto il comandante riprese il suo posto, e alla sera, molto onestamente, ringraziò il primo ufficiale. Alcune ore dopo, stavamo errando per la rada con la nave vuota di carico e lo scafo alto esposto al vento, ebbi l’impulso di fare un punto nave, e mi risultò che eravamo su una secca. Tornai fuori, rifeci i rilevamenti, li tracciai di nuovo sulla carta, e il risultato ne fu confermato. “Comandante - gli dissi - semo su una secca”. Non venne nemmeno a vedere la carta e mi rispose, con gli occhi pervasi di constatazione degli eventi: “Cossa posso farghe?“. Non aveva torto, con nove nodi di catene fuori e colpi di macchina avanti tutta, riuscivamo malamente a non andare indietro, e il timone non rispondeva quasi più. Evidentemente il vento che soffiava da ormai molte ore verso terra aveva alzato il livello del mare al punto di consentirci di galleggiare sulla secca.

 

La prima volta che arrivai al Pireo non seppi resistere alla tentazione di fare un punto nave con l’Acropoli, il che non aveva alcun significato professionale essendo a disposizione molti riferimenti assai più vicini, e cancellai subito per pudore i miei tratti di matita. Quando ero ancora studente, al mio primo rientro a Trieste come allievo nautico, dissi all’ufficiale di guardia che adesso avrei fatto un punto nave con il Faro della Vittoria. “E cossa ghe servi?” mi rispose. Navigavamo lungo la costa istriana puntando sulla Lanterna, e il Faro della Vittoria ci era del tutto inutile. Così compresi che quel faro era stato eretto in una splendida posizione panoramica e monumentale, ma estranea ad ogni criterio nautico. Poi però seppi che altre navi, per arrivare a Trieste, puntavano proprio su di lui, salvo abbandonarlo quando giunte in vicinanza del porto.

 

Di punti nave ne feci ovviamente molti, ma desidero ricordare ancora un punto nave mancato. Una notte ero di guardia mentre, all’uscita da Suez, navigavamo nel convoglio che aveva appena attraversato il Canale e che ora si snodava a seconda della velocità delle singole navi (la mia era lentissima). Ad un certo punto notai che le altre navi non mi erano più di prora, ma proseguivano verso sinistra. Guardai la bussola che mi confermò che eravamo in rotta, e mi chiesi dove andassero le navi in quella direzione. Ero seduto sull’aletta di dritta quando sentii un ticchettio nel ripetitore della girobussola. Vidi che aveva scartato di alcuni gradi e che stava tornando in rotta. Il mare era piatto e non si giustificava quel movimento della prora. Chiesi al timoniere se aveva problemi a governare, mi rispose di no. Tornai sull’aletta e il ripetitore ticchettò di nuovo. Rientrai in plancia, guardai la bussola, sempre perfettamente in rotta, guardai la bussola magnetica (avrei dovuto farlo subito): era sfasata di quasi trenta gradi. Capii che la girobussola era saltata e che ero finito fuori rotta. Ordinai al timoniere di puntare la prora sulle luci dei nostri compagni di convoglio, già di qualche miglio avanti a noi, e tentai di fare un punto nave per verificare la distanza dalla costa e dai bassi fondali, ma l’unico riferimento era il fanale di Suez, che consentiva soltanto una posizione stimata lungo una retta. Accesi il radar, che in quegli anni era quello che era e veniva azionato soltanto in casi eccezionali, ma non servì molto. Così dovetti rinunciare, e continuai a pedinare le altre navi che, per la differenza di velocità, si allontanavano sempre più.

 

Tutti i punti nave rispondono alla domanda “dove siamo?”, anche i punti ottenuti con l’osservazione delle stelle, e a tal fine l’astronomia nautica ignora la verità ed è rimasta tolemaica, con la Terra lì dove l’ha messa Tolomeo: immobile al centro dell’Universo. E quando ci chiediamo dove siamo in relazione allo svincolo autostradale, o per raggiungere Piazza San Marco, consideriamo la Terra piatta. Ma se invece ci chiedessimo “Dove siamo?”, e basta? Cioè soltanto “dove?” siamo? Allora tutta la nostra ignoranza ci cadrebbe addosso in un istante come un macigno. Poiché noi diamo ogni giorno per scontato, per pacificamente acquisito ciò che ci circonda, il mondo nel quale viviamo, come il navigante dà per scontate le stelle in cielo elencate con le loro coordinate nelle effemeridi, o i fari descritti nei portolani. Ma la domanda è un’altra: non dove siamo con riferimento a Via Carducci, ma dove siamo noi, Via Carducci, le stelle in cielo e ogni cosa che ci è data vedere. e noi in noi stessi, per quello che siamo al di là di ogni scelta nostra, o con tutte le nostre scelte. Possiamo soltanto rispondere che tutto ciò è “qui”, ovunque ci accada di trovarci. Siamo “qui”. Cioè?

 

Sapere che siamo a due metri dalla fontana di Piazza Unità, o a otto minuti luce dal Sole, o a dodici miliardi di anni luce dalle più lontane galassie visibili, o su una secca nella rada di Pusan, significa soltanto fare un punto nave, non sapere dove siamo. Ricordo che da bambino, avevo sei anni, mi è accaduto talvolta, o forse una volta sola, mentre salivo le scale che conducevano dalla sacrestia di Santa Maria Maggiore agli alloggi dei frati, allora situati nell’edificio della chiesa, di fermarmi improvvisamente davanti a una finestra, assalito dalla sensazione attonita e scaturente della mia presenza alle cose. Davanti alla finestra vedevo via delle Scuole, che portava in Via delle Monache dove abitavo, sentivo di fronte a me i vetri della finestra, le scale in cui mi trovavo, e restavo immobilizzato dall’emozione che era sorta in me. Non ricordo con precisione cosa mi dicevo, forse ripetevo a me stesso: “Sono, sono”, e mi ascoltavo esistere nelle cose, senza alcun pensiero. Ho sempre ricordato quegli istanti come una sensazione limite, forse la percezione di essere in questo “dove”, senza né domanda né risposta. E il fatto che siamo tutti figli dell’atomo di idrogeno, cosa che ritengo certamente credibile, non mi ha mai distolto dalla persuasione dell’inconoscibilità di questo “dove”.

 

La nostra ricerca può spingerci a filosofare all’infinito, a scatenare le nostre intuizioni più penetranti, le percezioni poetiche più audaci, o puntare i telescopi più perfezionati, accelerare particelle negli impianti scientifici più potenti, possiamo guardare in noi stessi con tutta la capacità di concentrazione che ci è consentita, ma non ci sarà mai possibile rispondere a questa domanda. Sarebbe sufficiente capire un atomo, un infinitesimo di materia, un infinitesimo della nostra anima, ma non ne saremo mai in grado. Perché siamo programmati per vivere, non per capire, o forse addirittura proprio per non capire, per accettare il mistero a viso aperto. Eppure vogliamo capire, siamo genuinamente assetati di verità, sia coloro tra noi che pensano di esserne in possesso, sia coloro che la intravedono lontana e irraggiungibile. Forse per noi la verità è questa sete di verità, la verità di ogni istante della nostra vita, che non è poca cosa di certo, le nostre responsabilità, le nostre speranze, e i nostri piccoli, circoscritti punti nave.  

 

Roberto Fabris

vedi altri dati: autore R.Fabris


  

* “ciodo” in dialetto triestino significa chiodo


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