lunedì 23 ottobre 2017   ::  
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  COMPAGNI  DI   RIONE

                                autore:   Roberto Fabris


    Era una delle bambine del mio rione nei disadorni anni quaranta, quando la miseria era così diffusa da non essere quasi nemmeno percepita. La rividi nel rutilante technicolor degli anni settanta e rimasi stupito, quasi incredulo, per l’immediato accostamento all’immagine infantile e povera che  conservavo nella memoria, della sua eleganza e della sua consapevole bellezza.

L’ho rivista ancora poche settimane fa in una cena dopo teatro: il viso, sempre vivace e un po’ spavaldo, portava ormai una bellezza certamente più passata che presente. Il tempo, dunque, forse non particolarmente clemente con la mia compagna di rione. E molto meno clemente ancora con altri compagni del mio rione d‘infanzia.   I temi del rimpianto e della caducità sono evidenti.

Se un angelo del Signore comparisse oggi e ci chiedesse: “Volete ritornare giovani?”, io, l’ex bambina e gli altri compagni di rione risponderemmo forse tutti d’impulso di sì. Ma risponderemmo di sì?

Avere nuovamente sedici anni per andare in discoteca con i sedicenni e le sedicenni di oggi? 

Non posso parlare per tutti, ma io sono affezionato alla mia giovinezza, ai ragazzi e alle ragazze che erano allora sotto il cielo a dividere con me quelle giornate, una giovinezza oggi, qui, come coetaneo dei giovani di oggi, di questo tempo, non sarebbe la mia giovinezza, sarebbe un altro viaggio, sarebbe come avere nostalgia di Trieste e andarsi a stabilire a Torino.

I giovani di oggi sono giovani quanto e come sono stato giovane io, il loro futuro è il futuro di tutte le avventure umane, di ogni cosa finora compiuta dall’uomo, mi sono cari come la luce del giorno, ma io e i miei compagni di gioventù abbiamo avuto le nostre avventure, le nostre giornate, simili ma anche diverse da ogni altra, come i giovani ora hanno le loro giornate, le loro avventure, altrettanto simili e diverse da ogni altra, come ognuno ha il proprio viso, la propria voce.

Se ricordo il gioco della “sera” o dello “sconderse”, con le corse tra le macerie della periferia, e anche se ricordo il disagio dell’ansia nelle sassaiole tra bande di “muloni” incoscienti e violenti alle quali non era ammesso non partecipare, non riuscirei ad accettare un’infanzia diversa, anche se mangiavamo merende povere o sgranocchiavamo pannocchie arrostite in “campagneta” (prelibate per i nostri palati), non desidererei cibi migliori, se ricordo le visite in colonia di Don Marzari, che era a fianco di mio padre quando venne ferito dai tedeschi, non potrei desiderare un altro amico dei fanciulli, e non saprei nemmeno rinunciare alle giornate più tristi e dolorose.

E’ andata così, quella è la mia storia, di come ero e di come sono. E quella è la storia dei miei compagni.   Non credo di essere il solo ad avvertire questo senso di appartenenza alle proprie vicende, credo anzi che sia in tutti, forse anche nei meno felici tra noi, questo senso di appartenenza e di identificazione con quanto ciascuno di noi ha vissuto, e in tutti noi un impulso insopprimibile che ci lega alla nostra identità: possiamo forse invidiare la vita di altri che riteniamo più fortunati di noi, ma mai al punto di accettare di essere un’altra persona, di non essere più noi stessi, e anche tra i giovani di oggi probabilmente nessuno sarà mai disposto, in lontani anni, a scambiare con altre vicende la propria giovinezza.

Chiedere allora all’angelo del Signore di tornare a vivere la nostra stessa giovinezza? Ma non sarebbe come riascoltare una sinfonia. Se vivessimo una seconda volta la nostra giovinezza e la nostra intera vita, non potremmo che riviverla tale e quale l’abbiamo vissuta, ivi inclusa l’assoluta inconsapevolezza di averla già vissuta e di essere ritornati a viverla. Anche se il nostro destino fosse quello di vivere all’infinito, rivivendo infinite volte la nostra vita, ciò non aggiungerebbe né toglierebbe assolutamente nulla al contenuto della nostra esistenza, né modificherebbe in nulla la nostra percezione rispetto a una vita che scorra una volta sola, e nulla si aggiungerebbe alla nostra conoscenza, o se preferite alla nostra ignoranza, del mondo. E nulla si aggiungerebbe al mondo.   Personalmente non credo alla caducità delle cose, non credo che le cose appaiano per poi scomparire come un palloncino che fa pum, non credo alle beffe, non credo al nulla: la vita e il mondo sono cose troppo inimmaginabili, di troppo ardua provenienza, e soprattutto troppo serie per scomparire nel nulla  - in quale nulla? -  troppo serie sono le nostre gioie e le nostre pene, le lotte, le colpe, le speranze, gli impulsi delle anime  per scomparire come un palloncino. Troppo serio il mio rione d’infanzia, i destini dei miei compagni d’allora, il destino di ciascuno di noi.   Qualcuno, probabilmente anche non pochi dei miei compagni di rione, pensa invece che sia il nulla  ad essere una cosa molto seria, nonché chiara e semplice, quasi una di quelle cose che si toccano con mano. Uno dei più anziani tra i compagni di rione, che era andato a lavorare come molti altri di loro sin da ragazzo, si comperò una motocicletta e, mentre la mostrava agli amici caracollando in Piazzale Rosmini, improvvisamente cadde e venne avvolto dalle fiamme. Corse attraverso il giardino e si gettò nella fontana. Tutti gli amici donarono il sangue per le trasfusioni. Una mattina, era sempre ricoverato in ospedale, mentre tentava di mettersi a sedere sul letto, le ossa del bacino si ruppero e morì poco dopo. E’ stato il primo a entrare nel nulla, a poco più di vent’anni. Il primo a essere beffato? Il cielo del rione non era diverso dal cielo di altri luoghi.

Appresi della sua morte quando navigavo, da un altro compagno che si era imbarcato sulla stessa nave.   Come tanti altri di quel rione, e di altri rioni, ho corso il rischio di morire anch’io molto presto. A meno di duecento metri da casa mia, in un paraschegge, rimasero uccise oltre cento persone nel corso di un bombardamento, e ho ancora negli orecchi gli scoppi secchi e assordanti di due bombe che esplosero in rapida successione a pochissimi metri dall’ingresso del rifugio dove eravamo, privo di uscita di sicurezza.

Non sono stati i soli momenti di pericolo, e mi sono chiesto molte volte, sin da quando ero ragazzo, che senso e quali esiti avrebbe avuto la mia esistenza se fossi morto allora. Ricordo bene la mia vita di quegli anni, di come ero allora in rapporto con le cose, senza percezione del tempo, nella continua sensazione di immediatezza e di racchiuso stupore, senza pensieri e senza memoria, le emozioni per gli affetti, per l’aria aperta, per i giochi, per le illustrazioni dei libri, ogni evento era indistintamente fuori e dentro di me in un contatto continuo senza mediazione alcuna. La risposta che ho sempre sentito di darmi, quasi come se mi venisse dal bambino stesso che ero stato, è che, se fossi morto allora, la mia vita avrebbe avuto tutto intero il senso delle giornate che avevo vissuto, delle persone che avevo incontrato e che mi avevano parlato, e alle quali avevo dato senza accorgermene la mia presenza, il senso delle cose che avevo visto, dello sguardo che avevo aperto sul mondo.

Così mi sono persuaso una volta di più che il mondo non si fa beffe di nessuno e di nulla, che le cose non fanno pum come un palloncino che un cattivo stupidone regala a un bambino per poi  accostargli la sigaretta accesa. Le cose non scompaiono, esistono, e sono serie, come è serio il mio rione, le sue case, le sue finestre illuminate, e quanti lì vivono o di lì passano .  

Roberto Fabris

(25 gennaio 2015/aminamundi)


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